Salita (invernale?) al Jof di Somdogna

Lunedì 27 maggio. Siamo alle porte dell’estate. Solitamente in questo periodo salire al Jof di Somdogna è relativamente semplice. Una splendida escursione con delle viste stupende. Una scarpinata con meno di 900 metri di dislivello da farsi in due ore e mezzo. Solo qualche particolare attenzione a qualche passaggio. Ma nulla di impossibile. Ma farla, proprio in questo periodo, dopo un’abbondante nevicata che da 200 anni mancava durante la tarda primavera?

Ma veniamo all’escursione. Sveglia presto la mattina e colazione, come sempre quando si viene da queste parti, all’ultimo autogrill in Italia. Poi proseguiamo dentro alla Val Sàisera e lasciamo la macchina all’omonima malga a 1004 metri slm. Controllo zaini, carichiamo anche le ciaspole oltre ai ramponi (per sicurezza, ma è l’ultimissima volta che me le trascino dietro! Capito Tony?), mettiamo le ghette e ci incamminiamo nel sentiero CAI 611, lo stesso affrontato per salire il Jof di Miezegnot meno di un mese fa. E nello stesso, dopo pochi metri, sbagliamo come un mese fa la salita, perdiamo la traccia e facciamo una piccola deviazione. Errare è umano, ma noi siamo diabolici. In compenso il sentiero in questa giornata si è trasformato in un mezzo ruscello a causa dello scioglimento della neve, ma ha poca importanza, proseguiamo tranquillamente in mezzo al bel bosco fino ad arrivare al rifugio Fratelli Grego.

L'acqua scende attraverso il sentiero CAI 611

L’acqua scende attraverso il sentiero CAI 611

Scultura al rifugio Fratelli Grego e dietro l'imponente Montasio

Scultura al rifugio Fratelli Grego e dietro l’imponente Montasio

Questa volta non ci fermiamo e continuiamo attraverso il 651 fino il Laghetto. Qui invece la pausa è d’obbligo solo per ammirare un pettirosso che svolazza fra la neve che comincia a farsi vedere e non poco. Di colpo ci ritroviamo ad affondare di almeno 10 centimetri. Io non sono mai salito al Jof di Somdogna, ma Tony comincia ad arricciare il naso causa appunto il manto bianco che sembra essere più di quello che si pensava.

Il Laghetto

Il Laghetto

Pettirosso

Pettirosso

Comunque non ci scoraggiamo, anche perché uno spinge l’altro nel salire, e deviando verso sud cominciamo a salire il sentiero 610. La neve comincia a essere sempre maggiore e in breve cominciamo a sprofondare fino alle ginocchia tranne che in piccoli tratti esposti. In pratica gli ultimi 300 metri di dislivello saranno così: tratti esposti con neve pesante e non attaccata al fondo, sentiero normale con circa 40/50 centimetri di neve, buche e canalini/canaloni con neve fino a un metro. Quindi oltre che prestare attenzione la fatica è tanta, mentre alle nostre spalle l’imponente Jof di Miezegnot sembra dirci che non ce la faremo visto la neve che lo ricopre.

Salendo attraverso il sentiero CAI 610

Salendo attraverso il sentiero CAI 610

Jof di Miezegnot

Jof di Miezegnot

Neve pesante che ci fa sprofondare praticamente sempre fino almeno al ginocchio

Neve pesante che ci fa sprofondare praticamente sempre fino almeno al ginocchio

Sentiero CAI 610 innevato

Sentiero CAI 610 innevato

Ad un certo punto perdiamo i segnavia bianco/rossi del sentiero. E non capiterà solo una volta. Ma di certo non è ora di mollare. Anche se la neve è pesante sembra che tenga bene. Lo sforzo non è poco, e pensare che manca ancora il tratto più impegnativo non è il massimo, ma non demordiamo. Una volta Tony ritrova i segnavia, poi li riperdiamo e li ritrovo io. Così altre due volte, ma per brevi tratti. Non sembra andare tutto il verso giusto questa volta, ma ormai ci proviamo e continuiamo l’ascesa.

Tony in un canalino. Saliremo fino a quella selletta.

Tony in un canalino. Saliremo praticamente dritti fino a quella selletta.

Neve pesante, si sprofonda.

Neve pesante, si sprofonda.

Risaliamo da prima un canalino dove mi ritrovo con la neve alla cintura, e poi Tony si divora il canalone appena sopra, lasciando dei solchi, non delle tracce! Ma appena arriviamo alla piccola sella che vedevamo da sotto, siamo coscienti che il peggio è passato. Ora la neve diventa molto più bassa, siamo un po’ esposti da qui in avanti e l’unica cosa è prestare la massima attenzione a non scivolare. Ma la grande fatica è finita. Ci godiamo per un attimo il Montasio, il Jof Fuart, cima Cacciatore, Jof di Miezegnot… spettacolo. Ma dobbiamo ancora arrivare alla cima.

Jof di Miezegnot

Jof di Miezegnot

Jof di Montasio

Jof di Montasio

Nabois Grande e Jof Fuart

Nabois Grande e Jof Fuart

Continuiamo e facciamo molta attenzione a dove mettiamo i piedi. La neve c’è e la roccia è quasi tutta coperta. Ogni tanto cerchiamo qualche appiglio. Ma ci siamo. Ecco le prime costruzioni della Grande Guerra. Ed ecco il piccolo rifugio ricavato in uno di esse. Peccato sia chiuso.

Ultimo tratto di salita prima dei ruderi della Grande Guerra. Là sotto le nostre tracce.

Ultimo tratto di salita poco prima dei ruderi della Grande Guerra. Là sotto le nostre tracce.

Rifugio nelle costruzioni della Grande Guerra

Rifugio nelle costruzioni della Grande Guerra

Ruderi della 1^ guerra mondiale

Ruderi della 1^ guerra mondiale

Aggiriamo la cima verso sud, passiamo per dei vecchi camminamenti e attraverso le trincee, guardando le buche dove dormivano i militari, pensando a che livello di stupidità avevamo raggiunto per arrivare a tanto, pur creando degli eroi che a volte avevano metà della mia età.

Trincee appena sotto la cima

Trincee appena sotto la cima

Ultimo tratto ed ecco la croce di vetta. Un sorriso a 32 denti compare sulle nostre facce. Non siamo felici, di più. Con le condizioni che abbiamo trovato è stata per noi una piccola impresa arrivare qui. Che soddisfazione. Appagamento unico nell’essere riusciti ad arrivare quassù. La foto parla da sola.

Eccoci finalmente in cima al Jof di Somdogna

Eccoci finalmente in cima al Jof di Somdogna, 1889 metri slm

Ci rilassiamo. Guardiamo il maestoso panorama a 360 gradi e le stupende genzianelle che colorano la cima spazzata dal vento. Ci idratiamo, mangiamo qualche cosa, Tony fa uscire dallo zaino il tè caldo prima e il caffè poi, che naturalmente correggiamo con un po’ di grappa per festeggiare.

Dalla cima, ancora ruderi della 1^ guerra mondiale

Dalla cima, ancora ruderi della 1^ guerra mondiale

Genzianelle che colorano la cima

Genzianelle che colorano la cima

Genzianella

Genzianella

Tempo di salita: due ore e mezza. Come con condizioni normali date dal CAI. Due animali. E ora comincia la discesa. All’inizio naturalmente sempre con molta prudenza, poi naturalmente molto più velocemente, incrociando altri resti della prima guerra mondiale che non avevamo notato salendo.

Le nostre tracce...

Le nostre tracce…

Ancora ruderi della Grande Guerra

Ancora ruderi della Grande Guerra

Arriviamo alla macchina. Siamo fradici quanto contenti. Dobbiamo cambiarci, ma solo d’abiti, non d’umore. E la giornata non è finita. E’ ora di relax. Subito una tappa per brindare all’uscita con una birra e poi via verso le terme di Villach. Eh già, questi si che sono trekking con i fiocchi!

Si brinda felici

Si brinda felici

Terme di Villach

Terme di Villach

E con questo vorrei chiudere: grande Tony!

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2 risposte a “Salita (invernale?) al Jof di Somdogna

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