I rubini del Campanile

Si narra di una bella fanciulla, figlia di un ricco mercante di Cimolais, che aveva costruito la sua fortuna commerciando con i paesi di lingua tedesca. Il padre sognava per la figlia un matrimonio fastoso, con il figlio di qualche suo ricco collega: voleva ritirarsi dagli affari e godersi in santa pace gli anni della vecchiaia, con la certezza che il suo patrimonio, costruito dal nulla, fosse ben amministrato dal futuro genero.
Ma la ragazza amava la libertà, i boschi, le gole incantate delle sue montagne. Amava galoppare sul suo cavallo nel fondo delle valli, risalire a piedi i sentieri rocciosi più impervi e nascosti tra le rocce. Un giorno che il padre era in viaggio per lavoro, la fanciulla risalì la val Cimoliana, fino all’imbocco di una stretta valle laterale, la Val Montanaia, dove, aveva sentito dire più volte, esisteva un meraviglioso campanile naturale, altissimo, sulla cima del quale il diavolo aveva posto molti rubini, sperando così di avere le anime di coloro che, per avidità, avrebbero tentato di prenderli, finendo però col cadere nel vuoto.
Nelle notti di tempesta, da lontano, si vedevano i rubini brillare sulla cima, rossi come le fiamme dell’inferno.
Erika, questo il nome della fanciulla, si slogò una caviglia salendo l’erto sentiero, e poiché stava sopraggiungendo un temporale, fu presa dal panico e si mise a gridare.

Campanile di Val Montanaia

Campanile di Val Montanaia

Come dal nulla spuntò fuori un giovane che, ridendo per il modo in cui la ragazza si sgolava, e constatata la lievità della slogatura, la portò nella sua capanna perché si riscaldasse, e perché i suoi vestiti zuppi di pioggia si asciugassero.
La ragazza fu attratta dalla bellezza del giovane, che si chiamava Ario ed era cacciatore e cercatore di cristalli. Quella sera Erika ritornò a casa, cavalcando nonostante la slogatura, e promise al giovane che sarebbe ritornata. Ario non le credette, convinto che una ragazza così ricca e di buona famiglia non potesse essere interessata a rivedere uno come lui. Invece Erika ritornò il giorno seguente, e poi ancora e ancora dopo. E tra i due giovani sbocciò quell’amore impossibile che era destinato a finire.
Quando il padre di Erika ritornò dal viaggio, annunciò alla figlia che aveva dato la sua parola a un ricco commerciante tedesco e che lei sarebbe andata in sposa al figlio di quest’ultimo, e così il genero sarebbe venuto ad abitare a Cimolais e avrebbe amministrato il suo patrimonio. Ma la fanciulla confidò al padre di essere innamorata di Ario, credendo in tal modo di ottenere il beneplacito paterno al matrimonio col cercatore di cristalli.
La reazione del padre fu tremenda: Erika fu reclusa in casa e il padre diede ordine immediato di preparare tutto il necessario per celebrare al più presto le nozze con il figlio del mercante tedesco.
Ario, visto che da alcuni giorni non vedeva più Erika, decise di scendere al paese per scoprirne il motivo. Giunto nella bella casa della fanciulla, notò che c’era un viavai di gente indaffarata a scaricare botti di vino e ad addobbare le porte e le finestre. Allora prese coraggio e si presentò al padre di Erika.
Il mercante lo cacciò in malo modo, gridandogli che sua figlia non avrebbe mai sposato un pezzente, e che lui non voleva diventare lo zimbello del paese. Ario, disperato, gridò di rimando che lui avrebbe salito il Campanile di Val Montanaia e portato giù i rubini dalla sua cima. Così facendo sarebbe diventato ricchissimo e avrebbe potuto sposare Erika.
La notte stava per scendere e il cielo si era oscurato di nubi tempestose, ma Ario, incapace di ragionare per la disperazione, risalì la valle e affrontò le rocce impervie della guglia.
Quella stessa notte, Erika annodò le lenzuola e scappò dalla finestra della sua camera da letto. Per non far rumore lasciò stare i cavalli, e partì a piedi alla ricerca di Ario. Giunta alla capanna del giovane, la trovò vuota, e allora capì che egli aveva messo in pratica ciò che aveva giurato, ciò che lei più temeva. Presa dal panico, si mise a risalire la Val Montanaia, correndo fino a non aver più fiato, nella sola speranza di fermare il suo amato. Ma era troppo tardi. In quell’attimo, un lampo illuminò la notte e un bagliore rosso fece brillare la vetta della cuspide. Ario non c’era più. Il suo corpo non fu mai trovato e il suo spirito, che il diavolo aveva lasciato andare perché il ragazzo non era morto per avidità, ma per amore, rimase a vagare attorno alla guglia in una pena eterna.
Erika fu trovata ai piedi del campanile, priva di conoscenza, e quando rinvenne si vide che aveva perduto la ragione. Continuava a ripetere il nome del suo amato, e ancor oggi, quando il temporale avvolge con i suoi bagliori la cuspide, rimanendo in ascolto alla base delle sue pareti, si sente la voce della fanciulla che chiama il suo Ario, caduto dalle rocce per amore.

(M.M.)

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