150 anni dall’impresa del Cervino (seconda parte)

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E veniamo dunque al 1865. La sera del 10 luglio fu molto amara per Whymper. Egli era giunto al Breuil sicuro di trovare Carrel pronto alla salita e rispettoso degli accordi fatti. Invece il Bersagliere lo aveva tradito e se ne era partito per conto proprio il giorno stesso per tentare la salita lungo la cresta italiana. Ben presto la ragione ebbe vittoria sulla rabbia istintiva e Whymper pensò freddamente che tutto non era ancora perduto: il gruppo italiano, formato da quattro alpinisti montanari, era molto lento. Whymper conosceva bene il Bersagliere e sapeva che non era arrampicatore veloce. L’inglese pensò d’andare subito a Zermatt, di reclutare un forte gruppo di guide locali e di tentare di raggiungere gli italiani lungo la Cresta del Leone. Così a Zermatt incontrò il suo compatriota, appassionato di ascensioni, lord Francis Duglas, il quale in breve riuscì a convincerlo a tentare lungo la più facile cresta svizzera, studiata a lungo dalla sua guida Peter, Taugwalder. Whymper non ha alternative: se rinuncia è la resa totale. Si decide infine (forse non del tutto convinto) alla salita: il gruppo è numeroso, troppo numeroso per un’impresa del genere. Un errore che si rivelerà fatale. Infatti oltre a Whymper e Douglas, vi sono altri due inglesi, il reverendo Charles Hudson ed il giovane Roger Hadow e le guide Tougwalder padre e figlio affiancate da Michel August Croz di Chamonix, sicuramente l’elemento più valido del gruppo intero insieme a Whymper.

Lord Francis Douglas

Lord Francis Douglas

Frattanto, sul versante opposto, la cordata rivale, ignara del tentativo di Whymper, sta salendo. E’ composta da Jean Antoine e César Carrel, Charles Gorret e Jean-Joseph Maquignaz. Nel corso del fatidico 14 luglio essi giungono oltre il Pic Tyndall e scrutano il breve e difficile tratto che li separa dalla vetta. Si accende una discussione: César Carrel e Gorret non intendono proseguire. Il Bersagliere rinuncia sentenziando: “O tutti o nessuno”. Ma proprio mentre iniziano la discesa, scorgono sulla vetta degli uomini e li sentono gridare: è il gruppo di Whymper, arrivato in cima lo stesso 14 luglio.

La salita era stata più facile del previsto, soprattutto nella prima parte della cresta. Più in alto, in un tratto particolarmente scabroso e ghiacciato, il forte Croz era riuscito a trovare il cammino aprendosi la strada sui pendii orridi e vertiginosi che si affacciano sulla parete nord della montagna.

Cima del Cervino

Cima del Cervino

In discesa, la cordata vittoriosa, si lega a una sola corda: sicuramente un’imprudenza gravissima che crea i presupposti per una terribile tragedia, una delle più tristemente note della storia dell’alpinismo, anche per le circostanze del tutto eccezionali in cui si verificò. Hadow, che era uno degli elementi più deboli di tutta la cordata, probabilmente già molto provato, perde l’equilibrio e cade travolgendo Croz e trascinandolo con sé. In un attimo anche Hudson e Douglas vengono trascinati nella caduta e sembrano sparire nell’abisso inghiottiti nel vuoto. Whymper, che stava dietro a un grosso blocco di roccia, non vide la scena terrificante, ma comunque assieme a Tougwalder cercò di bloccare la corda. Purtroppo la stessa si tranciò tra Tougwalder e Douglas: Hadow, Croz, Hudson e Douglas precipitarono nel vuoto orrido della parete nord, mentre i tre rimasti non potevano che guardare terrorizzati.

La tragedia

La tragedia

La tragedia ebbe un’eco enorme in tutta Europa. Non solo Whymper, ma tutto l’alpinismo fu messo sotto accusa. Soprattutto in Inghilterra le reazioni furono appassionate e violente: si pensò addirittura di proibire l’alpinismo ai sudditi inglesi, si scrissero articoli di protesta, interi fiumi d’inchiostro vennero versati in difesa dei valori umani e contro l’alpinismo, accusato di essere un’attività dove “si versava inutilmente il miglior sangue inglese”. Furono fatte inchieste, Whymper fu assai duramente accusato di imprudenza.

I risultati di questa campagna in un certo senso furono anche positivi: per la prima volta si cominciava a riflettere sui reali pericoli che l’alta montagna offriva e per la prima volta si cominciava a capire che gli stessi pericoli venivano affrontati con troppa leggerezza, quando non con vera imprudenza. Purtroppo toccò a Whymper fare le spese di quest’ostracismo. La tragedia lasciò il segno nel suo pur forte carattere: in seguito l’inglese compirà ancora molte ascensioni sulle Alpi e al di là delle Alpi, ma non più così difficili come il Cervino o l’Aguille Verte. Bisogna anche pensare che Whymper al tempo della tregedia non aveva che 25 anni. Eppure ancora la Engel, nella sua analisi storica, dice: “Whymper non era certo tipo da nutrire sentimenti amichevoli per la sua guida o per chiunque altro, del resto. Dopo la tragedia, come aveva annunciato, rinunciò alle grandi scalate, almeno in Europa, ma non certo per disperazione o rimorso: la disperazione non era nel suo carattere e non gli pareva il caso di provare rimorsi. La sua rinunzia si deve probabilmente alla scossa che provò sentendo i suoi quattro compagni precipitare vertiginosamente verso la morte sui precipizi della parete nord. E’ una reazione frequente tra i sopravvissuti di una spedizione colpita da una tragedia”.

Gian Piero Motti
“LA STORIA DELL’ALPINISMO”
I Licheni – CDA Vivalda Editori

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