Saluti da Cimolais (Colonia Alpina Mons. Paulin – PN)

Non era servito a nulla passare da Cortina per comprare il Moncler rosso. Era il modello appena uscito, proprio di un bel rosso ciliegia capite, uno di quei capi che non si può non avere. Erano andati via due stipendi in quell’acquisto, due stipendi netti, si intende, ma lei aveva continuato a pensare che non poteva fare a meno di un capo del genere, nossignori. Il suo Anselmo quel Natale l’avrebbe portata a casa dei suoi genitori, in quello che le aveva assicurato essere “il più bel posto al mondo”, ma quando lei gli aveva chiesto se c’erano bei negozi lì, negozi di un certo livello, capite, lui non era stato capace di mentire alla sua Mara, quella ragazza di Varese di cui aveva parlato con i suoi genitori. Le aveva detto che l’avrebbe portata a Cortina prima, che non era distante, e tutto sommato ci voleva passare un po’ di giorni anche lui a Cortina, perché non ci era più tornato da quando era successo il Vajont, e lui e la sua famiglia avevano dovuto ospitare la famiglia Martinelli per mesi, forse per un anno, e lui quell’estate aveva fatto il giardiniere a Cortina e non aveva potuto andare a caccia nemmeno un giorno con suo padre e con Batta. La caccia, e tutto quello a cui era stato abituato sin da bambino, gli piaceva molto, ma la sua Mara no, per nulla, e in casa di lui a Milano lei aveva fatto levare il trofeo del camoscio dalla sala da pranzo, dicendo che –puzzava da star male-  e a nulla erano servite le spiegazioni di lui circa la fumigazione e la conservazione. Per cui, prima di arrivare a Cimolais, dal telefono pubblico del Bar Campione a Cortina, aveva chiesto a sua madre– naturalmente di nascosto a Mara – di nascondere tutti i trofei dalla casa, che stavano per arrivare e poi, se non lo avesse fatto subito, si sarebbe dimenticata. Anselmo era pieno di preoccupazioni, e non era proprio riuscito a godersi la strada statale che attraversava il Cadore, così bella, così amata, perché Mara, al suo fianco, continuava a rimirare il suo Moncler rosso ciliegia, ed era tutta un’estasi dei rifiniture. Di tutto quello che sfilava attorno a loro, non gliene importava nulla. Erano solo montagne, erano solo paesi (disperati, gli aveva detto), era solo un grosso fiume (il Piave), era solo una diga (il Vajont). Le sue ciglia, modellate con cura dal mascara all’ultima moda (quella era una delle sue frasi preferite), erano piegate all’ingiù, fisse sulla zip nera che scintillava nel sole tiepido che si trovava alle spalle dell’ultima casa di Longarone. Lui le stava raccontando di quando aveva fatto cadere cinque palline di gelato di fila in Val di Zoldo, erano stati undici anni prima, fiuuuh, una completa eternità le stava dicendo. La mia prima esperienza come gelataio, e nonostante tutto mi hanno preso a Düsseldorf Mara, pensa un po’. Il semaforo della Val Vajont era naturalmente rosso, e lui sapeva che sarebbe durato una eternità anche quello, e stare lì fermo, in salita, con la Alfetta che sbuffava sotto alle sue natiche strette nei pantaloni di fustagno che gli aveva regalato Mara, non era una piacevole sensazione. Non disse nulla a Mara, che d’altronde non si era nemmeno accorta delle lapidi commemorative che costellavano le pareti di roccia della galleria prima della svolta verso Casso: sembravano enormi tavolette di zucchero, macabre e eterne, e anche quelle sarebbero durate un’eternità. Quando si erano conosciuti, ed era stato un anno e mezzo prima, lei indossava un cappotto marrone che gli aveva ricordato il colore che continuava ad avere la roccia franata: un colore rassicurante e feroce allo stesso tempo, qualcosa che lui non si sapeva spiegare, e che gli faceva sempre un certo effetto: lei gli aveva detto che adorava la montagna, che sì, sapeva sciare bene, ma di passeggiate lunghe non se ne parlava, perché già le faceva ogni giorni tra i corridoi della Standa in Piazza Quattro Novembre dove lavorava. Dopo un anno e mezzo il cappotto marrone, tenero e rassicurante, era scomparso – l’ho dato ai poveri, gli aveva detto – ma in realtà sapeva benissimo che lui l’aveva buttato. Lui allora le aveva regalato quel Moncler, anche, bisogna dirlo, perché voleva che la sua famiglia fosse sorpresa nel vedere con chi arrivava in paese dopo tanti anni. Sì, a Milano era tutta un’altra cosa, aveva persino imparato a non parlare più in dialetto e anzi, aveva preso la dolce cadenza strascicata del Milanese, perché i suoi colleghi all’Alfa Romeo, a Limbiate lo chiamavano il Montanaro e si rifiutavano di chiamarlo anche per cognome, perché aveva un cognome davvero brutto, di quelli che in pubblico fanno una certa impressione. Al reparto montaggio nessuno quindi lo conosceva come Anselmo, e lui, grande e grosso com’era (spalle larghe da carbonaio, come gli aveva sempre detto suo nonno), era solo un puntino striminzito in quell’azienda, dove faceva il suo ma non dove nessuno gli parlava tanto, e dove le lingue erano addestrate a stare sottocoperta. Di tutte queste cose a Mara non aveva mai parlato, no, mai e poi mai, con lei tutto doveva filare liscio come quando si erano conosciuti proprio lì alla Standa dove lavorava lei, quando i loro sguardi si erano incrociati in maniera perfetta, come un tavolo ben riparato che non oscilla più. Lui aveva usato ancora quella espressione, ma lei aveva storto il nasino da varesotta quale era: no no Anselmo, non è per niente romantica questa frase. Intanto, mentre ci ripensava, e faceva scorrere la testa verso là, a tutta quella terra venuta giù, come del caffè rovesciato senza volerlo dal barattolo. Ogni volta che era passato di lì aveva cercato di non girare affatto la testa, almeno per rispetto a tutti quei morti, ma non ci si riusciva, come se il Toc volesse che tu guardassi, guardassi bene, e da vicino. Intanto avevano passato il Passo di Sant’Osvaldo, là dove c’era stato quel muro tutto gli anni prima: Anselmo si sentiva i piedi formicolare, mentre vedeva le pietre buttate qua e là, come se fosse caduta una frana proprio in quel punto e avesse disperso tutto. Iniziò, di sua malaugurata iniziativa, a raccontare a Mara perché c’era stato un muro proprio lì, ma lei aveva iniziato a notare i cippi che segnalavano che erano oramai prossimi a Cimolais, e aveva calato il parasole per utilizzarne lo specchietto. La sua concentrazione era tutta dedicata alla cipria, ai capelli che dovevano essere perfetti, a denti, altrettanto perfetti e smaltati da poco – le era costato una fortuna, quel dentista di Corso Vercelli – e le parole di Anselmo, le sue orribili, vecchie storie, tracimavano oltre lo spazio che il suo corpo si era ritagliato nell’abitacolo dell’Alfetta. Chiedeva, invece, quando avrebbero visto le piste da sci, e dove avrebbero potuto prendere una cioccolata calda prima di arrivare a casa dei suoi. Sia Mara sia l’Alfetta sbuffavano nei tornanti che scendevano dal Passo di Sant’Osvaldo: la neve, spalata in maniera brusca ma efficace ai lati della strada, era ancor alta, e persino immacolata: al di là di quello sbarramento naturale i boschi di Anselmo erano incastrati in un assordante silenzio, in un boato più accecante del sole che sorvegliava, quel mattino, la Val Cimoliana. L’odore dell’aria secca, dell’erba schiacciata sotto al peso della neve, e il freddo che si infilava nell’abitacolo perché Mara si era accesa una delle sue Vogue, gli facevano fremere le mani sul volante. Lo agguantava stretto, non mollava la presa: voleva solo arrivare giù, giù in fredda, girare a sinistra all’altezza dell’asilo e raggiungere la casa di famiglia, dietro il muro dell’Hotel Duranno. La Alfetta si lasciò andare lungo la strada principale di Cimolais, e Anselmo notò le prime tendine che si scostavano, le prime rughe che si facevano avanti, le prime memorie che iniziavano a tornare. Il Bepi passò in bicicletta vicinò alla macchina, la guardò a lungo ma non riconobbe l’amico che c’era nell’abitacolo. Il sole di quel mattino era baluginoso, torbido e purissimo allo stesso tempo, e con la coda dell’occhio Anselmo vide Mara che si calava degli occhi marroni, scuri, sul naso da Cuneese: gli sembrò una diva, si sentì il cuore squarciarsi dalla fierezza di averla portata fin lì, il sangue bolliva, lo sentiva fin sotto alle unghie. “E’ questo il posto quindi?”. Mara girava la testa da un lato all’altro: il moto era continuo, era sordido. Sedeva rigida sul sedile del passeggero, con le dita strette alla portiera: quel posto, con quel nome così bizzarro, non assomigliava per nulla alla sua Cortina, a San martino di Castrozza, o a qualsiasi altro posto civile dove era stata in precedenza. Lì le case erano letteralmente incollate una all’altra, si sentivano odori di cavoli bolliti e di mura fradice, si vedevano denti che mancavano e pezzi di stoffa lacerata usati come fazzoletti. Tutto era lasciato agli anni Cinquanta, o così le pareva: tutto ero fuori mano, per niente comodo, non sentiva il rumore delle televisioni, e in giro ci saranno state sì e no sei auto. Il resto dov’era? Era paralizzata dalla vista di tutto quello. Non c’era alcun comfort laggiù. Comfort era una parola che usava spesso l’aveva imparata al lavoro in merito ai montoni che tenevano, quelli belli s’intende, quelli che meritavano un reparto a sé stante, proprio vicino ai camerini per cambiarsi. Quando non doveva sistemare i maglioni scappava in quell’angolo per passare le dita lungo i tracciati segnati dalle cuciture: le unghie lasciavano piccoli segni che scomparivano subito, solchi soffici e languidi. Quello era uno dei momenti più belli della giornata, qualcosa che era solo suo, e che nessuno poteva capire. La pelle conciata aveva un odore ancora più sensuale di quello che aveva Fulvio, che era stato l’addetto al reparto uomo due anni prima, e per il quale Mara non aveva fatto meno di perdere molti capelli tentando di attirare la sua attenzione. Fulvio aveva proprio l’odore della roccia al sole, aveva una testa grossa e capelli ancora più spessi. Lei non era nemmeno mai riuscita a stringergli la mano, questo è vero: sentiva solo il suo odore stagno nell’aria, un misto tra ferro, cartilagini e perché no, quando ci pensava bene credeva che Fulvio avesse anche l’odore dei fegatini che sua madre cucinava il sabato sera. Sentiva le sue tracce sulla scalinata che dava l’accesso al piano inferiore (quello dei vestiti di lusso, tanto per capirci), e ci si buttava in mezzo con la foga di un’anatra che deve iniziare a migrare. Dove precisamente andassero quelle tracce era facile da capirsi: tra i maglioni di cachemire da uomo dove lui affondava le grosse mani, e per i quali non aveva alcun riguardo, nemmeno si trattassero di capi da operaio. Mara era affascinata e disgustata allo stesso tempo dalla rapacità che lui aveva nel trattare con quei maglioni: li buttava di qua, poi li ributtava dall’altra parte dello scaffale, li maneggiava con forza e spesso se li dimenticava anche sul banco dove i clienti li lasciavano dopo averli provati: peccato che su quel banco ci fossero sbeccate, segni di sporco e Dio sa ancora cos’altro perché certo era che Iris non era affatto capace di pulire bene, ed era lì solo perché all’Alemagna aveva rotto quasi un bicchiere al giorno. Quanto a lei, cercava di curarsi e di essere sempre impeccabile. Il Signor Di Giusto, il titolare, la preferiva indubbiamente a tutte le altre quattro commesse, persino a Sonia, che lavorava nel reparto biancheria intima da più di cinque anni, e la cui chioma rossa troneggiava sfacciata proprio in fondo al corridoio, proprio là, dove tutti potevano vederla. La battaglia era però nulla in partenza: solo chi scendeva al piano inferiore della Standa poteva notare quella morettina fine, dal miele che colava dalla bocca (così l’aveva definita il Signor Di Giusto). Ecco, in mezzo a quel paese sperduto, in mezzo a quel nulla che non conosceva, lei pensava al caldo rassicurante ricordo di tutto quello che l’aspettava là, e si sentiva conficcato nel cuore come una delle piccozze che aveva notato appese fuori dai muri di quelle case disperate. Quando l’Alfetta di Anselmo arrivò a destinazione l’orrore di lei diventò la casa di famiglia, e quattro persone, in piedi fuori dalla porta, erano rigide e probabilmente in attesa da ore e ore. Mara si irrigidì a sua volta quando vide il braccio di Anselmo strattonarla e gridarle in faccia “Semo uchì!, Semo arrivà!” dimenticandosi che la prima regola, con lei, era di non parlare in dialetto. Il sole che filtrava tra le pietre umide delle case era pesante, duro, e stava minando il trucco perfetto che Mara si era preparata sul viso quella mattina, quando avevano abbandonato la civiltà di Cortina d’Ampezzo per arrivare in quel posto dimenticato, con cui lei non aveva nulla a che fare. Uno strappo nella gola la avvisò che stava per esplodere. Ma non c’era tempo: le due grosse braccia di Anselmo la stavano estraendo dall’abitacolo con un sorriso più pesante del sole, mentre la sua enorme bocca rigurgitava e smascellava parole che lei stentava a credeva fossero in qualche modo imparentate con l’italiano. Erano tutto un sibilare, tutto un th: Mara si ritrovò davanti a quattro persone che le stringevano la mano e che puzzavano di vino e formaggio e mentre veniva spinta in casa si guardò indietro, e tutto quello che le riuscì di vedere era che aveva dimenticato la sua bella sciarpa rossa sul sedile, quella sciarpa morbida che le era costata una fortuna, ma forse era meglio così, almeno non si sarebbe sporcata dentro quell’antro che era la casa dei genitori di Anselmo.  La madre di Anselmo la guardava senza dire nulla, mentre era il figlio a tenere la conversazione: i suoi occhi erano acqua calda, la faccia paonazza dondolava sul suo collo come se fosse una marionetta, mentre la salda mano destra, quella che usava per lavorare, continuava a premere sulla spalla sinistra di Mara che invece faceva di tutto per divincolarsi (altrimenti il Moncler sarebbe stato da buttare, e lei non poteva e non voleva permetterlo). L’aria umida che girava nella casa le dava alla testa, e di quello che Anselmo, suo padre Bepi (che razza di nome era quello?) e suo fratello Sante dicevano lei non capiva un’acca, a parte, ovviamente, che il loro dialetto era il più osceno che avesse mai sentito, così sgradevole, con tutte quelle acca e ti, da sembrare in un covo di serpenti.

Era sicura, sì. No, non avrebbe dormito in quella casa, ma lui si certo, ovviamente doveva e poteva farlo. Chissà da quanto tempo il suo letto lo aspettava. Che poi era giusto così, se non poteva fare altro che passare almeno due giorni lì. Almeno fammi chiamare mia madre, sarà in pensiero. Mara, su.. non fare così. In fin dei conti a Cortina ti ci ho portato. Sì, mi rendo conto che qui è tutta un’altra cosa, noi siamo gente semplice, cosa credi…mia madre ha detto che sembri una bambolina sai, di quelle che ha visto solo nelle reclàm. Ti porto a Venezia poi, promesso. Intanto ho chiesto di farti stare alla Colonia Alpina, è qui, appena fuori dal paese sai…ti troverai bene…se proprio non vuoi stare a casa con noi altri…sì capisco.. il fogolar può rovinarti il tuo bel cappotto nuovo…Moncler volevo dirti certo…come vuoi tu cara….Intanto l’Alfetta si era fermata davanti ad un edificio tutto bianco, proprio sotto alla Montagna. L’erba era stata tagliata qualche settimana prima, e creare un cordolo di moscerini. Mara alzò gli occhi e la levigatezza dell’edificio (l’unico in buono stato del paese, forse persino il migliore) la colpì come uno schiaffo. Pare un ospedale…No cara…è una colonia alpina…

Quando l’Alfetta si rimise in moto a Mara sembrò che l’atroce fosse finalmente esplosa, lasciandola lì, sola in mezzo a quel posto disperato ma altrettanto solo. Se ci pensava davvero bene (e lo fece sedendosi su una di quelle orribili panche ricavate da un tronco, ora tutta bagnata a causa della brina del mattino) era la prima volta che si sentiva realmente sola, e trasandata pure: si sentiva addosso l’odore del fumo del fogolar, e delle bocche secche dei parenti di Anselmo che sapevano di vino tirato e di formaggio invecchiato. Lei non era affatto abituata a quel genere di cose, d’altronde i suoi genitori vivevano in tutt’altro modo, e anche i genitori dei suoi genitori: composti, puliti, rigidi ma di tutt’altra pasta davvero. Le girava la testa in maniera irrimediabile, aveva mille picchi all’altezza delle tempie. Si ricordò che non beveva oramai da ore, che non aveva accettato nulla dalla madre di Anselmo, e che invece desiderava una limonata, o magari uno di quelle belle cioccolate calde che a Cortina venivano servite senza sosta, e che si accostavano così bene alla neve perfetta delle montagne. Anche lì c’era la neve, certo, ma bucata ininterrottamente dagli alberi di pino che spuntavano neri come aghi. Si capiva che lì non si sciava. No di certo. A quel punto, con Anselmo altrove, e senza un bar vicino, Mara si sentì senza speranze. Non che le servisse realmente la presenza di Anselmo vicino, tutt’altro: era piacevole non averlo addosso, e soprattutto le sue orecchie (che spuntavano, considerate bene, dai capelli tagliati ad un caschetto perfetto e messa in piega l’altro ieri da un coiffeur di Cortina mentre Anselmo guardava la televisione al bar) ringraziavano di non dover più sentire strazianti racconti di vittime, di povertà, di miseria, di stelutis alpinis e Dio sapeva cos’altro. Tutto quel genere di cose a lei non interessava affatto. Era passato, e il passato è come fango che sia sciuga: prima o poi si sgretola e nessuno lo vede più. Ben inteso, lei odiava il fango, da quando in via Torino un’auto le era schizzata davanti bagnandole il trench e gli stivali appena lucidati. Quando era successo? Tanto tempo prima. Quando c’era ancora Fulvio alla Standa, sicuro. La Colonia alpina, dietro di lei, era un enorme blocco pitturato alla bell’e meglio, con pareti fatte a buccia d’arancia e un tetto di assi di legno rossastre. Sembrava che nessuno mettesse più piede lì dentro da un tempo che Mara non riusciva a decifrare, né si sforzava troppo di farlo. Sarebbe rimasta lì dentro per poco, per pochissimo, giusto il tempo di non passare le due notti che la separavano da Milano a casa dei genitori di Anselmo. L’erba fradicia sulla facciata della Colonia alpina le stava rovinando le scarpette di pelle che si era fatta regalare da Anselmo qualche mese prima, e il pellicciotto sulla caviglia aveva oramai l’aspetto di un scoiattolo morto stecchito da un pezzo, e più lei lo guardava più il sangue si perdeva in tutto il suo corpo. Poteva sentirlo eccome: quella era rabbia, una rabbia disperata. Non doveva essere lì in quel momento, non glielo avrebbe perdonato mai.

Cimolais da Dosso Nadei

Cimolais da Dosso Nadei

Anselmo non era quel genere di figlio che spicca il volo senza ferirsi le ali: suo padre Bepi gli diceva sempre che era come un tronco conficcato nel terreno di casa loro, e che non c’era città, lavoro, e persino profumi di donna che avrebbero potuto levarlo da lì (levare era una delle sue parole preferite, gli scivolava nella bocca costellata dei pochi denti che erano rimasti inchiodati dopo che con la slitta per la legna aveva preso male una curva in Val Montanaia). Anselmo quindi non era mai stato quel genere di figlio che vede l’ora di andarsene, tutt’altro: per lui contava il tornare e il restare, ma sua madre Mariuta prendeva le decisioni per tutti là dentro, là vicino all’Hotel Duranno, e l’aveva spedito senza troppe parole a lavorare a Milano, per stare tutti meglio, si capisce. A Mariuta di Mara non importava nulla, l’aveva guardata per un attimo ma senza farsi troppo un’idea, perché alla fine le idee erano inutili, appiccicose diceva lei. Mara invece, ancora in piedi di fronte alla porta della Colonia Alpina (forse si aspettava che qualcuno l’avesse vista, e che le avrebbe aperto la porta, e magari preso la sua valigia, e perché no, magari le avrebbe fatto i complimenti per la sua acconciatura e per quel bel giaccone della Moncler talmente rosso da vedersi in tutta la vallata) continuava a sentirsi nelle narici e poi giù giù dentro ai polmoni l’odore della casa di Anselmo: acre e spettrale, umidità mista a piatti mal lavati, a finestre che non vengono mai aperte, a vino caduto dietro al tavolo e mai lavato. In un attimo, la colonia che lei gli aveva regalato da usare come dopobarba era diventata quell’odore, e lei non ci aveva resistito, baci da quella bocca proprio no in quel momento, e la sua testa, e il suo collo, correvano ancora dietro a Fulvio, e al bell’odore di pulito e soprattutto di nuovo che c’era nella Standa quando lui si aggirava nel reparto uomo.

Anselmo arrivò alle 20 per portarla a cena fuori. Era la prima volta che vedeva la Colonia Alpina di Monsignor Paulin così da vicino. Erano anni che gli alpini l’avevano costruita, solida e candida come un asilo, ma per un motivo o per l’altro non l’aveva mai vista così da vicino: i suoi mattoni imbiancati facevano quasi impressione, l’umidità della Val Cimoliana non li aveva attaccati, proprio come se fosse stata eretta l’altro ieri, lì, piena di guizzo, di voglia di fare e di sudore. Gli venne voglia di mettere le mani su quei mattoni, premerci contro l’addome. Era una cosa da pazzi, da pazzi sul serio, ma non veniva su nessuno dalla strada che usciva dal paese, proprio nessuno capite, e Mara non sarebbe uscita in quel momento, quello no era fuori discussione. Si strofinò ben bene contro quei mattoni imbiancati da chissà quanto tempo, e la calce gli sfrigolò sul paltò verde che Mara gli aveva regalato un anno fa, proprio per Natale, quando tutto era molto più liturgico, ma forse loro due erano anche più felici.  I muri lo attiravano a sé, e non c’era molto altro che potesse fare, si capisce: tutto era a portata di mano, il calore, la felicità degli alpini che avevano costruito quella Casa Alpina, il sorriso che quella vallata gli offriva in maniera così ingenua e intelligente allo stesso tempo. E poi Mara, lì dentro, che in quel momento si stava probabilmente truccando e sistemandosi da gran signora, perché lui l’avrebbe portata all’Aquila Nera a Barcis, si capisce, e lei ne sarebbe rimasta contenta, perché Barcis era una piccola Cortina, si capisce, e a lei piacevano quelle cose lì e lui lo sapeva. La calce oramai aveva intaccato il bel paltò verde, e non sembravano più solo segni di zucchero caduto e non avrebbe quindi potuto giustificarlo in nessun modo: Anselmo si scostò bruscamente, cercando di levare via i segni di calce, ma non c’era verso: oramai erano rimasti anche sui guanti di pelle (sempre un regalo di lei “per farlo diventare un gran signore”) e si sarebbe dovuto inventare un gran bella storia per spiegare anche quel fattaccio. Tornare a casa a cambiarsi era fuori discussione: non aveva abiti altrettanto da gran signore, e lei lo avrebbe capito subito. Alzò gli occhi verso le finestre soprastanti, e ad una di quelle una figurina lo stava osservando a braccia conserte. Era proprio una figurina, sembrava una di quelle del presepe, quelle più lontane però. Lo guardava e scuoteva la testolina. Anselmo pensò a tutto, a proprio tutto in quel momento. Ma non trovò soluzioni, e il perché era semplice, limpido: non ne aveva. Smise di strofinarsi via la calce, cercò le chiavi dell’Alfetta nella tasca destra del paltò e si incamminò tenendosi la Colonia Alpina del Monsignor Paulin sulla schiena.

Vecchia cartolina della colonia

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Kyt Walken

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