Correva l’anno 1975: “Alpinismo o arrampicata? Una sintesi difficile”

Ecco un articolo apparso in “Momenti di alpinismo” della Rivista della Montagna nell’aprile del 1987, principalmente dedicato al grandissimo Renato Casarotto. Storia di un incontro fra gli alpinisti italiani e gli arrampicatori inglesi avvenuto nel 1975.
IMG037

Ecco la pagina iniziale dell’articolo originale

Siamo ancora un po’ stralunati dal viaggio (di notte fino a Roma per i più, poi in aereo fino a Londra e il trasferimento dall’aeroporto in città) e ce ne andremmo volentieri a dormire: invece siamo seduti in circolo nella hall davanti a enormi boccali di birra, cercando di non essere del tutto travolti da una specie di eruzione vulcanica umana che ci ha accolto al nostro arrivo. Il terremoto vivente altri non è che il dinamico direttore di “Mountain”, Ken Wilson (nel caso di Wilson, dinamico è un understatemente). Poco fa voleva trascinarci ad arrampicare a Harrison’s Rocks – tre ore di luce, nice climbs. Al nostri diniego, deve aver pensato che decisamente non siamo abbastanza hard. Allora da qualche parte – non so bene dove – tira fuori un numero impressionante di copie di “Mountain”, e tutti si mettono a guardare le fotografie perché quasi nessuno capisce una parola d’inglese, ma a lui interessa mostrarci un titolo in particolare, “Cerro Torre climbed”, si riferisce alla salita dei Ragni, capite cosa vogliamo dire, finalmente il Torre è stato davvero salito. Lo zelo etico di Wilson, per il quale il Torre è come una figlia che sia stata stuprata due volte dal perfido Maestri, e che solo adesso ha avuto un rapporto onesto, accende a onor del vero poco entusiasmo nei nostri animi corrotti: sarà che siamo stanchi, o che per noi questa è la terza salita al Torre, punto e basta. Ora certamente Ken pensa che, oltre che nel fisico, siamo degli irrimediabili mollaccioni, pervertiti anche nel morale. Un’altra birra per dimenticare, e fuori il taccuino. Informazioni per la cronaca alpinistica di “mountain”, che è successo quest’anno sulle Alpi? Vengono fuori nomi, date, vie, Wilson annota tutto diligentemente. “Renta, digli delle tue salite“. La testa di Casarotto spunta dal fondo, e racconta: solitarie invernali alla Nord Ovest del Civetta, via Andrich, e alla Simon-Rossi alla Nord del Pelmo. Renato non parla inglese, noi traduciamo. “First winter ascent, solo“. Wilson è uno che sa, conosce le Dolomiti e la fama e l’impegno di quelle vie, e valuta in fretta e con competenza l’importanza di una salita. Alza gli occhi dal taccuino e lancia una seconda occhiata più lunga e attenta a quel ragazzone grande e grosso, che se ne sta un po’ in disparte e sembra spaesato, collocato per caso in un ambiente dove ha paura a muoversi perché sembra che potrebbe rompere tutto.

casarotto-top

Renato Casarotto

“I xe superiori”

Oggi fa più o meno lo stesso tempo di ieri, cioè il solito – il termine più esatto è: pioviccica. Fuori questione Anglesey o Cloggy, ripieghiamo su una parete minore, una fascia di calcare recentemente scoperta da Edwards, che ci mostra le ultime relazioni. Noi allunghiamo il collo verso l’alto, scrutando le linee di salita e cercando di individuare qualche segno confortante – che diavolo, le vie sembrano belle, ma dove sono i chiodi? La perfida Albione sogghigna: “no pitons here“. Per la protezione si usano i dadi, nuts. Gli alpinisti rigirano le mani, con aria sospettosa, pezzi di metallo dall’aspetto poco rassicurante. Così questi cosi si infilerebbero nelle fessure, e dite che tengono. Sarà.

Poi cerimonia della vestizione: Rys arrampica in Superga, io ho le RD della Galibier (non sono proprio le EB, ma mi danno comunque un’aria abbastanza moderna), tutti gli altri hanno pedule rigide con suola Vibram di ordinanza. Lasciamo i nostri ciceroni di portarci a spasso su qualcosa di tranquillo, per abituarci al terreno e allo stile, inusuale per noi, dell’arrampicata. Pete Livesey vede che non c’è un bel clima competitivo da dover sfoderare gli artigli e se ne va a fare una ricognizione su un muro verticale, dato di A3, che vuole tentare in libera; leggeremo in seguito su “Mountain” della prima all free, fatta pochi giorni dopo da Pete con Ron Fawcett. Jill conduce con eleganza una bella lunghezza in fessura, non molto difficile ma sprotetta, noi seguiamo, e dietro viene il flemmatico Gianluigi. Renato trova una linea che gli sembra interessante, e si informa sulle difficoltà. “Hard very severe” gli spiega Edwards.

E che accidenti vuol dire? Mah, difficile ma non terribile: “You go first?“. Un mazzo di dadi passa dalla cintura di Rowland a quella di Casarotto. Renato sale qualche metro, borbotta qualcosa e si pianta del tutto. Con aria molto infelice prende un aggeggio metallico, lo infila nella fessura, ci passa la corda. Lo guarda con un’intensità pari alla diffidenza, sale ancora due apssi e il dado salta fuori e scivola sconsolato giù lungo la corda fino a terra nelle mani di Edwards. Casarotto fa lo stesso e manda avanti l’inglese che passa con disinvoltura, proteggendosi agevolmente con qualche chock qua e là. Renato scuote tristemente la testa, si guarda attorno perplesso e butta fuori, sottovoce: “I xe superiori“.

IMG040

Alcune foto apparse sulla rivista

Capire, imparare

I xe superiori“. Ben presto questa diventò la gag preferita di quel bizzarro soggiorno, assieme all’altra, il grido di battaglia che Roby Chiappa lanciava ogni mattina quando si arrivava sotto le pareti, “Casarotto, tieni alta la bandiera!” Renato mugugnava, e tutta la situazione era invero piuttosto buffa, perché in effetti i nostri ospiti sapevano di avere con loro un gruppo di forti alpinisti, e provavano il massimo rispetto per l’attività e l’esperienza dei “nostri”: solo che non eravamo il gruppo che si aspettavano.

Avevano preparato un incontro squisitamente arrampicatorio, per il quale avevano mobilitato alcuni dei loro migliori climbers, e si trovavano di fronte degli alpinisti che magari preferivano una lunga e facile via sulle placche dello Snowdon, con tanto di marcia di avvicinamento, alle ultime vie estreme sulle falesie minori, e che erano distanti le mille miglia dall’arrampicata libera e “pulita” come allora esisteva quasi solo in Inghilterra (e, ancor più sconosciuta, sull’arenaria dell’Est).

Tutta la settimana passò sotto il segno dell’incontro-scontro di questi due mondi diversi, che comunicavano solo a metà. La cosa in fondo era divertente, il possibile clima competitivo era stato subito dissolto da un’immediata dichiarazione di resa, imposta dalla forza della situazione, e gli si era sostituito un andazzo rilassato in cui arrampicavamo per il solo piacere di farlo, dando per scontato che “loro” sulle falesie erano i più forti, e prendendoci le uniche rivincite la sera, sulla pista artificiale di sci. E quando gli inglesi proponevano qualche salita più difficile, mandavamo avanti Casarotto, a “tenere alta la bandiera”.

Ma lui stava al gioco solo in parte, troppo sincero e aperto per dissimulare dietro lo scherzo o l’indifferenza la sensazione di imbarazzo, e si incaponiva testardo a cercare di rompere il muro che ci divideva, di capire quell’universo nuovo che gli aveva aperto prospettive inaspettate. Tra noi, Renato era quello che aveva risentito in modo più violente dallo shock tecnico e culturale di quell’incontro; credo avesse intuito allora che, se fosse riuscito ad aggiungere al senso della montagna, all’esperienza alpinistica, alla forza e alla determinazione che già possedeva, quella tecnica di arrampicata diversa e raffinata, la competenza nell’uso di materiali sofisticati e la spregiudicatezza della concezione alpinistica che stava scoprendo in quei giorni, si sarebbero aperti orizzonti nuovi, possibilità impensate, una capacità tutta particolare di inventare un alpinismo diverso e più ricco. E aveva anche capito, e accettato, che occorreva intanto mettere a frutto la lezione, e umilmente imparare, osservando Livesey in azione, scoprendo i trucchi per usare in modo intelligente e sicuro i nuts, provando a modificare il modo di arrampicare adattandosi all’uso delle pedule a suola liscia. E un giorno, al negozio di Joe Brown, Renato comprò il suo primo paio di EB.

Scarpette strette, arrampicata nuova

eb

Le EB super gratton

L’ultimo giorno in Galles torniamo a Tremadoc, una lunga fascia di basse pareti solcate da vie che portano la firma dei migliori, salite D.O.C. d’annata.

Oggi, invece della pioggia della volta precedente, c’è un buon sole caldo, e la roccia ha un bel colore fulvo invitante. Qualcuno indica a Casarotto la linea di Vector, una delle opere pregevoli del maestro Brown, serpeggiante tra gli strapiombi, con il famoso e temuto passaggio della “Ochre Slapb” (credo che sia qualcosa dell’ordine di un 6a/6b francese). Renato parte con il suo compagno inglese verso la parete, le EB nuove di zecca che penzolano allegre dall’imbragatura. Io me ne vado con Alan su una via lì di fianco, una più modesta Very Severe, che in alto si raccorda all’uscita di Vector. Mentre salgo l’ultimo tiro sullo spigolo, affacciandomi sulla destra vedo una corda che viene fuori da un angolo strapiombante e risale una fessura verticale, e al capo della corda compare prima il casco, poi il faccione di Renato che sbuffa tirando energeticamente sulle braccia in opposizione, con i piedi infilati in quelle maledette scarpe troppo strette e lisce, che fanno un male cane e non si sa come usare senza che scappino via da tutte le parti. Borbottando e soffiando, Renato supera brutalmente alla Dulfer l’ultimo tratto verticale, si ferma ansante fuori dalle difficoltà, mi guarda sconsolato e mormora: “I xe superiori. Qui bisogna imparare di nuovo a rampegar“.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...