LESA 1970

“LESA 1970” di Kyt Walken

Erano circa le nove e trenta di sera, quando l’ultimo guardiano finì il suo giro. Si mise le chiavi in tasca, e non si voltò. Non si voltava mai, specialmente a fine lavoro. Aveva la tendenza a guardare per terra, per fissare ogni angolo del suo cervello sulla cena, e su quello che magari avrebbe fatto dopo. Forse un bicchiere allo Stasta. Magari un giro al bar della Stazione di Liesing, a guardare gli ultimi treni e a parlare un po’ di calcio con i soci.
Era tutta gente del quartiere, capite. Non aveva mai provato a frequentare qualcuno del Palazzo. Era gente giovane, che aveva troppi – lui li chiamava ideali – e magari anche un sacco di belle aspettative nei confronti di quel lavoro.
Li aveva visti arrivare uno ad uno, fieri delle loro divise bianche, nere e verdi. Le divise nuove, quelle adottate dalla Sovrintendenza nel 2008. Sembrano camerieri, o portieri, invece che guardiani. Lui aveva avuto solo quella divisa nera, e da sempre, per quello che riusciva a ricordare. Sempre la stessa da circa quarant’anni. Aveva preso tutte le sue rughe, lì dentro. Ma non era un lavoro difficile, non c’era da avere la schiena rotta alla fine della giornata. Tutto sommato riusciva a fumare anche regolarmente: lui attaccava alle 13:00, e quattro, cinque sigarette riusciva a fumarsele. Lui poteva fumare sul balcone centrale. Era un po’ il privilegio di quel lavoro. Una specie di premio di produzione, capite. Certo, non aveva prodotto un bel nulla, in quei quarant’anni, solo imparato per bene la storia della gente che aveva vissuto lì dentro.
Quando si metteva sul balcone centrale a fumare, e ovviamente il suo sguardo andava dritto a quasi un chilometro di distanza, alla Gloriette, dritto davanti a lui, ci pensava. Aveva provato a immaginare quel Palazzo popolato dei suoi veri abitanti, e non delle migliaia di visitatori che sciamavano all’interno, e all’esterno, e poi si stemperavano come una liquefatta tavolozza di colori nei giardini, scattando mille foto che avrebbe riguardato un paio di volte a Natale e a Pasqua. E poi via, basta.
Anno dopo anno, aveva imparato a capire che era esattamente disprezzo, quello che provava nei confronti di quell’orda irrequieta che inondava ogni giorno il Palazzo e il Giardino.
Gli faceva ribrezzo il modo in cui si facevano foto l’un l’altro mettendo in primo piano se stessi e poi una statua. Il parquet su cui dovevano camminare rigorosamente di stanza di stanza veniva stritolato da quei milioni di suole ogni anno.
Il percorso obbligato durava circa due ore e mezza. La percentuale di differenza era data da quanto i visitatori si soffermavano in una stanza, innescando uno spregevole ritardo sulla tabella di marcia del Palazzo e anche sulla propria.

10.02.16-Castello-di-Schönbrunn

Non aveva mai rivisto la stessa gente. Non che fosse facile ricordarsi i volti, ma non gli era mai capitati di veder tornare qualcuno. La visita al Palazzo era una tappa fissa, in quella città, ma si faceva una volta, e poi basta. Poi i tornelli giravano per altra gente ancora, e il turno di ognuno era proprio passato.

Erano circa le nove e trenta di sera, quando controllò dentro alla borsa se c’era tutto. Era chiuso in quel bagno da circa due ore. Sulla porta aveva messo il cartello “Bagno non funzionante. Ci scusiamo per il disagio. La Direzione” e si era semplicemente chiuso dentro.
Non fumare una delle sue sigarette per tutto quel tempo era stata dura. Aveva continuato a manipolare il tabacco, finché quell’odore crudo non gli era entrato sotto le unghie. Doveva essersi passato la mano tra i capelli almeno un migliaio di volte, e altrettante volte aveva ripensato a dove aveva esattamente visto posizionate le telecamere.
Con una gamba appoggiata all’asse del water, e la schiena che ormai era incollata al divisorio grigio di compensato, aveva ripassato i passi, e passato le mani infinite volte sulla giacca rossa, all’altezza dei grandi bottoni scuri. Sulla scelta di indossare proprio quella giacca lunga non aveva avuto alcuna incertezza, quando si era vestito nella sua stanza di hotel la mattina.
Quella giacca era l’unica cosa che doveva indossare per un’occasione come quella. Come se era vestito sotto, non importava. Era la giacca rossa, a fare la differenza.
Alle dieci di sera girò maniacalmente la serratura a scatto del bagno. Nella mano destra teneva la torcia elettrica da campeggio davanti a sé, spostando i piedi nell’oceano di quel Palazzo, navigandoci dentro, assorbito da quel sinuoso silenzio.
C’era del malsano intorno a lui, gli venne in mente. O forse era precisamente lui ad essere malsano, ad infestare con la sua sgradita presenza quelle mille camere immobili dal 1918. Il bagno era ormai alle sue spalle, e si aggirava per la scalinata centrale di marmo, facendo roteare in continuazione la cornea attorno, i muscoli contratti come quelli di un ciliegio.
Gli scalini, larghi e bassi, scivolavano sotto a lui. Doveva solo arrivare nell’atrio, e poi svoltare a destra. L’ingresso alla Grande Galleria era a pochi metri da lui, perennemente aperto. Nella sua ossessionante perlustrazione dei giorni precedenti aveva sentito due guardie commentare che l’assenza delle porte, rimosse per essere restaurante, si era ormai protratta per troppo tempo. “E ne avremo ancora per qualche anno, credo” aveva aggiunto una giovane donna guardia con l’accento di Innsbruck.
Otto visite in otto giorni. Aveva fatto fuori uno stipendio. Otto visite sempre alla stessa ora, dalle 15:00 alle 18:00. Sempre lo stesso percorso obbligato. Li mettevano in quella gabbia e li facevano girare. E poi fuori. E poi basta.

Aveva fissato in testa il viso di una guardia, un tipo calvo, che gli sembrava lo stesse guardando troppo. In realtà, e se ne accorse alla terza visita, seduto sulla sua sedia di plastica nera anni vicino all’ingresso con la porta successiva, guardava solo da una parte. Dritto, nella traiettoria del suo sguardo, c’era il grande balcone centrale, che dava, ad un chilometro circa di distanza, alla Gloriette. Gli venne in mente quella guardia, quando fu davanti alla Grande Galleria. Puntò la torcia in fondo, sul lato corto opposto a lui. Gli intarsi laccati d’oro alle pareti ricambiarono sdegnosi il suo sguardo. Roteò la torcia per guardare gli affreschi del soffitto, e ebbe la netta, ineguagliabile sensazione che quelle figure di mito fossero pronte a gettarli addosso il loro sangue. Era certo di essere un estraneo lì dentro. Non poteva essere altrimenti. Non era uno di loro. Non poteva sperare che la sua devota sottomissione all’arte lo rendesse parte di quella famiglia. Era uno di passaggio, che stava facendo una cosa di passaggio, e quella cosa era illegale e, per l’appunto, assolutamente malsana. Ma era una cosa nobile, si disse. Era una cosa che qualcuno doveva pur fare. E lui aveva lo stomaco per farla. Ne aveva le capacità. E la sensibilità. E Cristo, chissà cos’altro ancora.
Arrivò al centro della Grande Galleria. Appoggiò sul parquet la torcia e in tirò fuori un vecchio mangianastri. Ne aveva nove, e tutti dello stesso modello. LESA della fine degli anni Settanta, tutti perfettamente funzionanti.

lesa seppia

Li teneva su una mensola del suo studio, uno di fianco all’altro.
Non aveva altro nella borsa di pelle nera, a parte il tabacco.
Sistemò il mangianastri LESA sul parquet, perfettamente sotto all’immenso lampadario di cristalli della Grande Galleria. Era davvero solo.
Quando si sentì pronto, premette il tasto.
I violini furono i primi ad arrivare. I suoi piedi li salutarono, ed iniziarono a seguirli. I flauti arrivarono quasi di nascosto, e lui posizionò le mani nella maniera corretta, sorreggendo dita e una schiena che non c’era.
La luce della torcia era miserabile, e non rendeva giustizia. Ma il suo modo di seguire il valzer, quello,. Capite, compensava tutto. Dmitrij Dmitrievič Šostakovič lo guidava là dove la luce non c’era mai in quelle ore notturne. Dal 1918.
Aveva deciso di aspettare nove anni prima di ascoltare di nuovo il suo Waltz 2 from jazz Suite. Stretto nella sua giacca rossa, l’unica cosa che poteva indossare per quella occasione, percorreva la Grande Galleria serrando le palpebre, muovendosi in archi sul parquet, tenendo la schiena dritta, e il mento fiero, e non si curava nemmeno più delle telecamere, c’era premeditazione nel suo gesto, se qualcosa fosse andato storto lo avrebbe detto subito – lo stava facendo per gli Asburgo, lo stava facendo per il Palazzo stesso di Schonbrunn, e lo faceva anche per riscattare Šostakovič dalla persecuzione dei Soviet.
Quando entrò l’oboe le sirene avevano iniziato a strillare da un pezzo. Ma il suo gesto era premeditato. Continuò a seguire il valzer fino a non riuscire più a sentire il nastro.

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