Andare fuori moda a West Hampstead (prima parte)

“Andare fuori moda a West Hampstead”
di Kyt Walken

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Non era affatto come ci aveva pensato mille e mille volte, ma andava bene lo stesso, e non c’era nulla da cambiare, proprio nulla credetemi. Si era messo in testa che le cose dovessero decisamente andare come lui si era aspettato, né più né meno, e quindi tirò fuori dalla tasca destra del paltò uno di quei fazzoletti di stoffa leggermente ricamati, roba fina ma che non voleva usare più nessuno, e se lo passò sulla bocca più volte, prima di rimetterselo nella tasca destra del paltò. Ecco. Si sentiva pronto sul serio.

C’è da dire, oltre tutto, che il paltò era il suo capo preferito, elegante e indiscutibilmente fuori moda, come piaceva a lui. Ci teneva parecchio a essere fuori moda, questo ve lo posso garantire, ma la cosa non gli veniva affatto naturale. Si era adoperato per raggiungere un livello che lui stesso considerava buono, ma non ottimo. Si diceva sempre che essere un coniglio è diverso da essere una lepre, ma cosa volesse davvero dire questa frase era chiaro solo a lui, che l’aveva decisa già come epitaffio, concordandosi almeno da dieci anni con quelli delle pompe funebri Berendson, dove aveva visto lavorare quel tale, Kendal si chiamava, che lo aveva steso.  La frase scelta per l’epitaffio era passata in secondo piano. Si era persino dimenticato di far intitolare la lapide a Krapp, che era il nome che aveva scelto per sé, in onore a Samuel Beckett. Aveva visto quella figura aggirarsi nel salone addobbato di nero e viola e ogni cosa era volata in aria, persino il suo cappello, una specie di Panama di pessima fattura che non c’entrava nulla con l’Inghilterra, e, se devo dirla tutta, nemmeno con Samuel Beckett. Insomma, l’aveva steso: si era dovuto appoggiare al cofano dell’auto che aveva dietro di lui, e disgrazia volle che si trattasse di una Rolls Royce del 1955, di quelle che usano solo per trasportare cadaveri che continuano ad essere squamati di sterline. Il titpolare Berendson gli aveva tirato un’occhiataccia, di quelle intrise di Vermouth scadente iniettato di prima mattina.

Tornando a quel tale, Kendal, il problema non era uno solo, ma miliardi, se mi permettete di essere onesto. Come prima cosa, guardò il suo non taglio di capelli: sembrava Rod Stewart se fosse rimasto in Irlanda, e aveva uno stranissimo modo di manovrare le mani, continuando a guardarsele come se non sapesse che farci. Poi lo guardò tutto, come si guardano le donne di solito, ma il fatto era che trovava quel Kendal (il nome lo aveva scorto dalla targhetta appuntata sul vestito) indiscutibilmente perfetto, e dannatamente vicino all’immagine di sé che cercava di coltivare da anni. Gli venne in mente quella dannata frase che era l’unica che gli fosse rimasta in testa del film Quo Vadis? Nulla io vedo che non sia perfetto. E non era questione di vellutata decadenza, anche perché lui col velluto non sapeva affatto che farci, né aveva alcun capo fatto di quel tessuto. Il problema, se di problema si può parlare, era quel Kendal era indiscutibilmente fuori moda, e nemmeno se ne rendeva conto. Ma non si poteva quindi dire che loro due fossero allo stesso livello: era l’arte a fare la differenza, e lui ne aveva ingoiata a forconate, anche se, a essere onesti, l’unica cosa artistica che gli interessava era la produzione di Samuel Beckett, che aveva mandato a memoria e che considerava roba veramente buona e anche fuori moda, ora che Johnson e Shakespeare e tutta quella gente avevano aperto il coperchio (le casse non erano state fornite da Berendson, però) e la Golden Age era persino nei tombini.

Quel giorno non gli riuscì né di parlare con quel Kendal, né di accarezzare quello spanish cocker che girava tra le casse da morto e senza farsi vedere dal titolare Berendson segnava il territorio. Se ne andò dopo dieci minuti, senza scegliere nemmeno se preferiva il marmo o la pietra o se voleva una qualche croce celtica, dettagli che facevano la giornata del titolare Berendson, e ripercorse l’intera strada verso casa sua come se fosse stato preso a bastonate sulla testa da un gruppo di drughi. Beh, un’arancia a orologeria lo conoscevano tutti là, e gli parve un paragone perfetto, mentre calpestava il selciato appena bagnato  con passetti veloci e con un dolore insopprimibile all’inguine.

Una volta arrivato a casa, non si tolse nemmeno il paltò per appenderlo con cura come faceva sempre all’appendiabiti di ottone che aveva sottratto all’immondizia ingombrante del palazzo, ed era più di anno ormai. Si buttò tra le gambe del divano che doveva ricordare lo stile vittoriano ma che veniva direttamente da un pessimo night club dove anni fa si faceva vedere come assiduo frequentatore – e in realtà lo faceva solo per accaparrasi quel divano, che, come tutte le cose che aveva in casa, gli ricordava Beckett in maniera squisitamente assurda. Pronunciò piano la kappa iniziale di quel nome levigandosi le labbra come quando beveva il the del pomeriggio, ed effettivamente era l’ora del the anche quel giorno, ma gli andò via di mente di mettere il bollitore sull’unico fornello di cui era dotata la cucina gialla, sovrastata da un tavolo in formica che direste aveva visto giorni migliori, prima di finire al sesto piano di una corea a West Hampstead. La cosa che lo mandava fuori di testa era quella kappa nel suo nome, e poi tutto il nome per intero, scendeva giù nella lingua come una di quelle pastichette di liquirizia salata che si trovano in quelle belle scatolette di latta.  Gli venne in mente che roba così non ne vedeva più da un pezzo in giro, ora che tutto era di plastica, e gli venne una gran voglia di avere una di quelle scatolette di latta, ben decorate, magari con qualche fiore, magari un’edera che seguiva la circonferenza dell’intero coperchietto. Se ne avesse trovata una, se la sarebbe messa nella tasca sinistra del paltò – perché in quella destra teneva il suo solito fazzoletto di stoffa – e l’avrebbe riempita di liquirizie salate, e poi sarebbe andato da Berendson per comunicare le ultime direttive sul suo epitaffio, l’avrebbe cavata fuori dalla tasca sinistra del paltò e avrebbe offerto a quel Kendal una liquirizia. Sì, avrebbe fatto così.  E quel Kendal sarebbe andato fuori di testa per quelle liquirizie salate nella scatoletta di latta, roba che non si vedeva più da una vita, perché era una cosa fuori moda.

La tranche durò due ore, e se ne accorse perché i tigli del vialetto avevano iniziato a rispondere al richiamo del vento. Si accorse che il paltò era ancora al suo posto, stretto intorno al suo corpo, con i bottoni che sembravano pervinche schiacciate sotto al peso di quello che lui sapeva essere la solitudine. Quella era la sera giusta per fare una cosa che non gli riusciva più da anni ormai, e per farla doveva trascinarsi davanti all’unico specchio che ancora non era andato rotto, ovvero quello sul retro della porta dello sgabuzzino. Si tolse  tutto quello che aveva addosso mentre i tigli erano ancora intenti a parlare con il vento della sera – di quale vento si trattasse, non ne aveva idea affatto,  ma con gli anni si era convinto che quel vento proveniva dritto dall’inceneritore ceh si trovava a due miglia di distanza, e vicino al quale nessuno aveva voglia di andare ad abitare. Le dita dei piedi, gialle e dure, toccavano appena il pavimento che era una lunga colata di linoleum, e lo portarono diritto davanti allo specchio sul retro della porta dello sgabuzzino. E in quel momento guardare fu inevitabile capite, assolutamente inevitabile. E quello che gli riuscì di capire dall’immagine che vedeva riflessa nello specchio – sporco e pieno di ditate, ma pur sempre uno specchio onesto . fu una massa gialla che aveva molto in comune con Blob, il fluido che uccide (l’aveva visto in televisione alcuni anni prima) e ben poco con la razza umana.

Come Lloyd si fosse ridotto in quella maniera – perché quello era davvero ridursi, e non certo diventare o subire – aveva a che fare innanzitutto col brutto nome che aveva, e poi con quella sua insana decisione di andare fuori moda. Nessuno poteva capirlo meglio di un senzatetto, questo se lo ripeteva spesso, ma la cosa era andata ben più al di là di indossare sempre gli stessi vestiti e di trovarsi a mangiare sempre le solite cose. Ad esempio,la Kartoffelsalat era in cima alla lista delle cose che lui trovava pericolosamente fuori moda e buone, e se era andata fuori moda in un paese come l’Inghilterra, un  motivo ci doveva pur essere, e quindi aveva il suo bel daffare a trovare quella Kartoffelsalat in giro nel suo quartiere, che era in partica l’unico paese che poteva dire di conoscere bene. La Kartoffelsalat aveva un gusto tutto suo, dolce e aspra quando balzava fuori l’aceto nascosto come una di quelle assurde scatole che nascondono un meccanismo a molla, giusto per spaventare. Ovviamente, la Kartoffelsalat aveva molto anche a fare col divino Beckett, che in Germania c’era stato, e che era troppo magro per ingoiare tonnellate di manzo o maiale o chissà che altra bestia. Lui, Lloyd, si era convinto che il divino Beckett mangiasse solo Kartoffelsalat in minuscole vaschette che teneva nel paltò – proprio come lui, capite – e che le cavasse fuori quando aveva fame, magari durante il terzo atto di Tutti quelli che cadono, e la ingoiasse così, come una liquirizia salata, senza nemmeno far troppo caso a quei pomodori che nella Kartoffelsalat non mancano mai, e a cui Lloyd (che poi aveva adottato il nome di Krapp) proprio non piacevano. A lui, la Kartoffelsalat aveva fatto e continuavava a fare tutt’altro effetto, portandolo dritto a superare il suo peso forma, che si aggirava intorno ai settanta chili. Non glielo aveva detto nessun medico, si capisce, ma  lo aveva scoperto da solo usando una notte in metropolitana una di quelle bilance blu incatenate alle colonne nei grandi spazi addomesticati della metropolitana. Non gliene importava granchè, perché oramai alla Kartoffelsalat si era abituato come ci si può abituare alle leccate che puzzano di pesce di un segugio a cui viene pestata continuamente la coda ma che continua a dimostare la sua lealtà.

Nello stesso modo, questo ve lo posso garantire, Krapp era riamsto leale  leale alla Kartoffelsalat e al divino Beckett, e aveva fatto sinceramente del suo meglio per essere elegante come il grande Samuel Beckett lo era stato, strizzato nelle sue camicette a quadretti da bambino e nei suoi pullover di fine estate. E non aveva mai avuto problemi con la puzza enorme che i suoi vestiti continuavano a emanare, una puzza enorme peggio delle leccate al sapore di pesce marcio di un segugio, perché tanto era solo, e non avrebbe mia incontrato Samuel Beckett nemmeno se avesse vinto al bingo, perché Samuel Beckett era morto da un pezzo. Lloyd Krapp lo diceva sempre: le cose migliori se ne sono andate da un pezzo, ed è per questo motivo che mi piacciono così tanto.

Cosa avesse Kendal di così straordinariamente prezioso, Lloyd Krapp lo sapeva benissimo, ed era ogoglioso di essere l’unico a portare sul petto quella coccarda, appuntata con cura sulla giacca preppy che un ragazzino grosso come un serpente che aveva ingoiato un intero stagno aveva dimenticato su un muretto vicino all’inizio del quartiere di West Hampstead. Quella giacca preppy faceva proprio al caso suo, aveva pensato Lloyd Krapp, e a casa l’aveva indossata con la maestria che solo un seguace del Divino Samuel Beckett può avere.

In piedi davanti allo specchio, aveva allargato le braccia alla maniera di Cristo. Solo che lui stava indossando solo quella giacca da preppy.

Ora, quella giacca da preppy faceva al caso suo. L’avrebbe indossata per Kendal, al loro prossimo incontro presso le Pompe Funebri Berendson. Sarebbe stato un giorno dorato, e lui sarebbe stato felice, lui e la sua carpa dorata.

Il giorno seguente era pronto e tirato senza fiato dentro alla sua giacca da preppy (pensava che il ragazzino grosso come un serpente l’avrebbe trovato inguaribilmente bello e  forse gli sarebbe venuto in mente Yeats) mentre suonava leggiadro come l’anatra morta di Aqualung al portone delle Pompe Funebri Berendson. Sapeva bene che ad aprirgli non sarebbe stato Kendal, lui non era il padrone lì dentro, si capisce, ma sentiva già la sua presenza farsi torbida come un’aspirina ingoiata senza acqua- ovvero, come faceva Lloyd di solito. Berendson gli aprì e da quel momento tutto fu molto semplice ma non affatto speciale: Berendson era di fretta e si segnò le indicazioni per l’epitaffio con appuntata il primo comandamento di Lloyd: l’epitaffio dove essere realizzato in maniera che fosse roba fina ma anche fuori moda. Quando Berendson si congedò da lui per via – di tutti i corpi che dovevano buttare giù quel giorno – Lloyd guardò il foglietto scritto in un inglese sciupato, figlio delle miniere che la Tatcher aveva mandato in malora. “Roba fina e fuori tempo”. Si era sbagliato, quel Berendson. Aveva sbagliato la parola moda con la parola tempo. Ma Lloyd ci riflettè sopra, mentre continuava a sistemarsi al meglio la giacca da preppy che era stata del fagazzino grosso come un serpente che aveva ingoiato un intero stagno. In fin dei conti, fuori tempo gli piaceva, gli piaceva eccome. Berendson dall’altra parte dell’ufficio muggiva al telefono, e aveva preso ad insultare la persona dall’altra parte del filo. Lloyd non potè fare a meno di decifrare quei muggiti e di tradurli in un perfetto inglese. Idiota. Sei un indiota Kendal. Se devi fare questi sbagli al lavoro fai a meno di esibirti per i tuoi ridicoli cinque minuti la sera, se il giorno dopo metti i corpi nelle bare sbagliate. Come diavolo pensavi che ci stesse un gallese dentro la bara di un bambino? Idiota.

CONTINUA…

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