A Tita quel che è di Tita (di Stefano Michelazzi)

Dülfer-Risse Technik!” (Tecnica di fessura alla Dülfer) urlo al mio cliente tedesco, che guarda un po’ sconcertato la bella fessura calcarea che gli si sta parando davanti e che rappresenta l’ostacolo da superare per raggiungermi alla sosta.

Lui sembra non comprendere e accenna una smorfia interrogativa…

Ma è tedesco o cosa?” penso, Hans Dülfer è stato uno dei più forti alpinisti della scuola tedesca e qui da noi quando parli di Dülfer non puoi non pensare alla tecnica di salita in contrapposizione delle fessure…

Pazientemente spiego al mio compagno di cordata che cosa intendo dire con la mia espressione e lui quasi folgorato da un’ispirazione sovrumana esclama:

Ah…Piaz-Risse!” e rincuorato quasi da questa intuizione, riprende la scalata che lo porterà a farmi compagnia alla sosta nel mezzo della parete.

Ovviamente i discorsi che allieteranno la nostra discesa a piedi per raggiungere di nuovo la base della parete verteranno tutti su Piaz, Dülfer, la tecnica di arrampicata in fessura e sul come mai noi italiani ne accolliamo la paternità a Hans Dülfer mentre nell’universo alpinistico tedesco è nota per essere stata inventata da Tita Piaz.

La conclusione del mio teutonico cliente, estimatore dell’italiche genti e luoghi, il quale ama dialogare di storia dell’alpinismo ogni volta che ha occasione di legarsi alla mia corda, è che noi italiani spesso non sappiamo apprezzare ciò che siamo capaci di esprimere e, non solo in alpinismo.

Ci penso un po’ su e non posso dargli torto su moltissime situazioni, basti pensare alla miriade di menti eccezionali che ogni anno “esportiamo” all’estero per dare vita magari poi a qualche scoperta scientifica da premio Nobel al di fuori del “Bel Paese”.

Ovviamente quale estimatore di Tita Piaz, non solo come alpinista ma anche come figura umana, mi sono sentito un po’ in imbarazzo e puerilmente in colpa nei confronti del Diavolo delle Dolomiti per questa mia carenza storica ed ho fatto un po’ di “conti”…

Nel 1900 Tita Piaz sale slegato la famosa fessura alla Punta Emma in Catinaccio e di punti dove usare la tecnica “incriminata” ce n’è più d’uno, all’epoca Dülfer aveva soltanto 8 anni…

Punta Emma, gruppo del Catinaccio

Punta Emma, gruppo del Catinaccio

Paul Preuss il “Cavaliere dell’alpinismo” noto soprattutto per la sua etica rigida sull’uso dei chiodi ma anche per l’eleganza della sua arrampicata dirà più volte di Piaz che arrampicasse meglio di lui e se queste affermazioni non provano nulla, disegnano comunque una figura di arrampicatore tecnicamente e stilisticamente avanti rispetto sicuramente ai suoi contemporanei.

All’epoca ricercare le fessure, punti deboli delle pareti, era quasi un obbligo per la scarsità dei mezzi di protezione.

Oltretutto se nei Paesi di lingua tedesca è da sempre nota come Tecnica Piaz evidentemente ai contemporanei italiani dev’esserte sfuggito qualcosa…oppure…qualche callo pestato di troppo dal ribelle Diavolo ha probabilmente sortito l’effetto di voler cancellare, direi puerilmente, la sua figura, che invece ancor oggi rimane un simbolo dell’alpinismo dolomitico.

Prova potrebbe essere che anche la famosa tecnica di calata in corda doppia la quale porta ovviamente il nome del suo inventore Tita Piaz, colla quale compì nel 1906 la traversata del Campanile di Val Montanaia e la più lunga calata nel vuoto allora mai sperimentata (37 metri!), in alcune pubblicazioni si voglia attribuire anche stavolta a Hans Dülfer, il quale solo quattordicenne all’epoca non poteva certo aver insegnato a Piaz…

Campanile di Val Montanaia

Campanile di Val Montanaia

E’ vero peraltro che Dülfer sperimentò invece una variante alla tecnica originaria che rendeva più frenante la calata.

Irredentista, garibaldino e socialista vissuto in un’epoca che oggi andrebbe rivisitata storicamente e socialmente per coglierne le reali sfumature, Piaz fu una figura spesso poco gradita ai suoi contemporanei che lo vedevano come un dissacratore, trasgressivo e ribelle.

Una figura di Diavolo, insomma, che non lo connotava soltanto per le sue imprese sulle crode.

Tita Piaz

Tita Piaz

A leggere i suoi libri “Mezzo secolo d’alpinismo” e “A tu pe tu con le Crode” non si può non immaginare l’immenso scompiglio che un uomo poco convenzionale come Piaz avesse portato negli ambienti istituzionali e bigotti dei vari Alpenverein e Club alpini dell’epoca, così come tra le baite della Val di Fassa.

Aldilà della polemica, e aldilà di una rivisitazione storica del periodo che andrebbe fatta approfonditamente in altra sede, mi piace pensare che il portare alla luce piccole verità che spesso da noi sono sconosciute, possa dare a Cesare quel che è di Cesare o meglio, in questo caso, a Tita quel che gli altri già da tempo gli tributano.

Dal canto mio ho già iniziato a definire quel tipo di tecnica col nome giusto.

Stefano Michelazzi
http://www.stefanomichelazzi.eu/

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