A cavalcioni della tartaruga

Quello che voleva davvero, sopra ogni cosa, era non essersi mai seduta sopra quella tartaruga. Lei lo sapeva che era stato da quel momento che una gran massa di fatti brutti, proprio brutti, come li chiamava lei, le era cascata addosso, e il termine cascata l’aveva sempre usato, precisamente dal 1966, quando aveva smesso di vivere nel Condominio della Fontana, quello in via Vittorio Veneto. C’erano poche cose che separavano il suo appartamento da quella tartaruga: prima di tutto la strada, in sé e per sé, poi i binari del tram, e infine le rocce finte, quelle fatte di cemento, dove nemmeno le pantegane abitavano. Precisamente nel 1966 lei era ancora fiera di essere finita sul documentario della Cineluce, precisamente al minuto 1:01, mentre cavalcava, insieme ad altre bambine, quella tartaruga (dannata, nefasta, e quant’altro ancora l’aveva chiamata in seguito). In realtà della tartaruga si vedeva solo la corazza, ma quella sensazione non se la toglieva dalla testa, non era stato affatto come quando sua madre l’aveva messa sopra il cavallino pezzato, quello era morbido, anche se puzzava più della gabbia delle tigri, quello lei lo sapeva anche a quattro anni, la corazza della tartaruga era liscia ma spiacevole, molto spiacevole, era stato come cavalcare un grosso coltello che non veniva più affilato da anni, che non può fare male, almeno non subito. Ma il dispiacere, quella spiacevole sensazione di freddo vivo, era stata stampata su ogni giorno della sua vita, e lei si era convinta che la colpa di tutto fosse stata di quella tartaruga, quella che tra la ventina di altre si era lasciata cavalcare, e che insieme a poche altre aveva trasmesso dei geni sventurati a lei, e probabilmente a tutte le altre bambine. Quella tartaruga aveva una fila impressionante di colpe: le aveva fatto perdere il primo figlio, poi le aveva gettato la sventura sul secondo, e sì, era stata la tartaruga a portarsi via le braccia del piccolo Teodoro, strappate come strappava i fili d’erba dello Zoo dove era stata ficcata. No, non le era servito a nulla farsi dire da quindici medici diversi che la colpa non era della tartaruga ma di quelle pastigliette che prendeva durante le gravidanza, quando la fontana del Condominio le sembrava un baobab, non c’entrava nulla quel farmaco leggero, Cortegan si chiamava, era stato il miglior rimedio a emicranie, nausea e Dio sa quant’altro, quelle pastigliette erano una benedizione di Dio, tutto l’opposto di quella nefasta tartaruga, e di quei maledetti cinque minuti sul suo dorso freddo e vivo.

Kyt Walken

Approfondimento: Talidomide

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