La via irripetibile. Neanche Mauro Corona può saperlo!

Di Enzo Enrico Corazzin

NEANCHE MAURO CORONA PUO’ SAPERLO.

LA VIA IRRIPETIBILE.

Potevo scrivere questo post da parecchio tempo, se non l’ho fatto è stato per pigrizia. A farmi cambiare idea è stata qualche sera fa la rilettura del libro di Mauro Corona “Nel legno e nella pietra”, edito da Mondatori nel 2003, poderosa testimonianza delle grandi capacità di Mauro come scrittore narrante.
A pagina 142 c’è un racconto che ha per titolo:”Una via irripetibile”.
Narra di una scalata alla inviolata parete sud della Cima di Medri, nelle Dolomiti d’oltre Piave, a metà strada tra Cimolais e il rifugio Pordenone, sul lato sinistro della carrozzabile dove si diparte il sentiero per casera Laghetto.
Assieme all’amico Franco Nan, in un giorno imprecisato di settembre tracciarono una via di difficoltà estrema, dalla roccia “solida, pulita, lavata dai temporali e asciugata dai venti”.
Proseguendo la lettura si comprende chiaramente che “pochi giorni dopo l’ascensione il tempo, fino allora splendido, cambiò. Iniziò un periodo di piogge che si protrasse fino alla fine di ottobre.
Più avanti Mauro narra di un giorno di novembre, mentre camminava nella Val Cimoliana con la macchina fotografica appresso appartenente a un suo amico medico, intenzionato a scattare qualche immagine della Col di Medri e scrivere qualche riga per la rivista Alpi Venete in merito all’impresa.
Così continua:
– “Passo dopo passo mi trovai al bivio per la Val dei Frassini. Dal parcheggio alzai gli occhi verso la Col di Medri. Cercai la nostra via sulla parete Sud per fotografarla. Non la vidi. Non esisteva più…il profilo era lo stesso ma la parete era diversa. Dopo un po’ capii. Tutta la parte superiore era crollata, più di duecento metri di roccia, un pilastro colossale, erano rovinati a valle”.

Erano le sei di mattina di un giorno d’ottobre quando io, Natale e Claudio, partimmo in macchina da casa verso Cimolais per prendere la carrareccia che porta al Rifugio Pordenone.
L’ora solare era scattata il 21 settembre e le prime luci dell’alba ci colsero quando eravamo a metà di Val Cimoliana, proprio nei pressi del piccolo parcheggio all’uscita dal bosco da dove si vede in modo inconfondibile la parete sud della cima Col di Medri.
Attraversammo la fiumana di ghiaie e sfasciumi che proseguono in direzione di Val Meluzzo facendo attenzione a non distruggere la coppa dell’olio della macchina e dopo venti minuti parcheggiammo all’imbocco di Val Montanaia.
Quel mese di ottobre pioveva per due o tre giorni senza interruzione, poi smetteva per uno o due e riprendeva a scendere acqua dal cielo, erano condizioni sconsigliabili non solo per arrampicare ma anche per una semplice escursione.
Quell’anno però mi sentivo il sangue friggere nelle vene, ero in credito di salite a causa dell’incidente occorso l’anno precedente e neanche la pioggia riusciva a fermarmi, compii ben cinque vie di quelle che io definisco “pepate”.

Quel giorno mi legai a forbice con due corde da sessanta metri e mi lanciai da primo di cordata lungo il diedro Micoli – Soravito all’anticima Meluzzo.
In meno di un’ora superai cinque lunghezze di corda anche se la roccia per buoni tratti era bagnata. Le scarpe da aderenza tenevano quel che potevano, così pure le mani incastrate nelle fessure bagnate facevano il loro lavoro a costo di rischiare lesioni tendinee a ogni metro.

Il gran diedro alla cima Meluzzo

Mancavano forse dieci metri per raggiungere la cengia da dove inizia il tiro chiave sotto uno strapiombo di sesto grado, quando un rombo imponente, cavernoso, profondo, pervase la valle.
Natale gridò:
– “Il terremoto!”
Fece eco Claudio:
– “Per me è un aereo di linea caduto qui attorno”.
In un lampo estrassi dall’imbraco un buon chiodo e, per mia fortuna, lo battei a tutta velocità col martello in una fessura ideale.
Agganciato il moschettone e il cordino di sicurezza vi passai le corde e gridai ai compagni:
– “Tirate le corde che se cominciano a cadere pietre volo e ci resto secco”.
Il rumore continuò con intensità varia e alcuni scoppi violenti per circa una decina di interminabili minuti, poi ritornò il silenzio di sempre.
Conclusi il tiro fin sotto la nicchia e attrezzata la sosta recuperai i compagni.
Parlammo scambiandoci i pareri per cinque minuti buoni senza venire a capo di cosa poteva essere successo. Un terremoto di certo no, avremmo avvertito un tremore della terra ben più forte e le pietre sarebbero cadute come proiettili dalla cima e sotto i nostri piedi nel vallone. Nemmeno l’idea dell’aereo precipitato ci convinceva, il fragore era durato troppo per rendere plausibile una simile evenienza.
Ogni ipotesi rimaneva un mistero senza risposta.
Decidemmo di salire comunque, ma l’animo non era più quello di prima.
Completai la via che conoscevo come le mie tasche e una volta in cima fui felice di lanciare le corde doppie e far ritorno sul ghiaione quattrocento metri di dislivello più in basso.
Tornammo alla macchina e scaricammo nel bagagliaio gli zaini e il resto del materiale senza tante parole, con la sola voglia di ritornare a casa.

Mentre guidavo con cautela in discesa, all’altezza del piazzale da dove parte il sentiero per Casera Laghetto, Natale alla mia destra lanciò un grido guardando le montagne sopra la Val dei Frassini:
– “Cristo santo, è caduta la neve!”.
– “Questo è impazzito” pensai, mentre spegnevo il motore e tiravo il freno a mano.
Scesi dalla macchina guardammo in alto: era successo il finimondo!
Per un fronte di almeno quattro chilometri di larghezza e mezzo in altezza tutto era bianco.
I mughi erano bianchi, e così i larici, i frassini e ogni costa di montagna.
Tutti e tre ci accorgemmo dopo un attimo di smarrimento che non era neve ma polvere di dolomia con i blocchi più grossi rotolati fin giù in basso.
– “Guardate lassù” disse Claudio, “il pilastro del Col di Medri non esiste più.”

Col de Medri

Era tornato il silenzio solenne nella vallata, non c’era anima viva, noi tre eravamo gli unici testimoni di quel che era successo.
Ora lo posso dire: la “Via irripetibile” è crollata tra le 9:50 e le 9:55 di mercoledì 4 ottobre 1995.
Dedicato agli amici Natale Simonato e Toldo Claudio che hanno condiviso con me quel giorno di ottobre.

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