Punta Gnifetti: il mio primo 4000 (2 di 3)

Giorno 2 – 01 agosto 2017

Dopo una sana dormita ci svegliamo con calma alle 7 e mezza del mattino e con ancor più calma decidiamo di far colazione. Non capisco bene sul dove mi trovo, o non voglio capire perché quasi non ci credo. Esco a piedi nudi fuori dal rifugio e la frescura mattutina mi sveglia completamente. Mi guardo in giro a 360 gradi e l’azzurro del cielo si mescola a qualche nuvola bianca qua e là. Le montagne intorno si fanno vedere, ma da qui non si vedono le sorelle più grandi. Oddio, già quello che agli occhi sembrano cime basse e stondate in realtà raggiungono i 3000 metri come se nulla fosse.

Panorama mattutino

Rifugio Città di Mortara

Rifugio Città di Mortara

Nuovamente con i pesanti zaini in spalla riprendiamo la marcia nel vallone dell’Olen. Ora ne vediamo tutta la grandezza e l’ampiezza. Dobbiamo salire ancora quasi 1000 metri per uscirne e anche lo sviluppo è di tutto rispetto. Infatti nei primi 40 minuti saliamo di soli 200 metri! Poi fortunatamente, quando raggiungiamo il Sasso del Diavolo, il terreno comincia a prendere maggior pendenza e noi a prendere quota. Sopra vediamo il rifugio Città di Vigevano e da buoni italiani già ci pregustiamo un piattone di pastasciutta.

Inizia il secondo giorno

Vallone d'Olen

Vallone d’Olen

Marco

Passiamo sotto al frantumato Corno Rosso che scarica sassi in continuazione e poco oltre eccoci sul Col d’Olen. Le nuvole si sono addensate e il vento s’è alzato. Siamo quasi a 3000 metri e il caldo che avevamo in valle se n’è andato. Mentre ci avviciniamo al rifugio ecco di colpo comparire il bianco tanto sognato che ricopre la Punta Giordani. Che spettacolo. Che emozione. La gioia per essere là, davanti a una bellezza simile, mi fa comunque sentire piccolo e incredibilmente debole rispetto alla mole che hanno queste vette.

Corno Rosso

Stupore nel vedere i ghiacciai

La pancia brontola e ora siamo pure noi a brontolare. Il rifugio non esiste più! Un albergo dimenticato, una struttura fatiscente ci fa imprecare verso noi stessi per non aver controllato anticipatamente in internet anche questa sosta pensata per il nostro percorso. “Maledetto me” mi dico dentro, piccolo e ora anche affamato. Fortunatamente abbiamo cioccolato e barrette per riempirci tranquillamente la pancia, quindi diamo libero sfogo alle mandibole fin quando, sazi, ci distendiamo su delle panche ricavate da tronchi mentre il sole va e viene.

Tristezza per vedere una struttura grandiosa ridotta così

Ripresa la marcia raggiungiamo in breve il passo dei Salati. Le funivie vanno e vengono depositando gente che viene a farsi un giretto e alpinisti accompagnati da guide. Una foto alle chiappe della bella statua di stambecco prima di iniziare il sentiero che sale a Punta Indren.

Fulvio ammira il vallone di Endre

Nei pressi del Corno del Camoscio

I prati verdi hanno lasciato spazio allo gneiss frantumato, un ambiente per noi completamente nuovo. Fa specie vedere quanti sassi brillano se toccati dai raggi solari e ancor di più scoprire in qualche angolo la presenza di margherite e genzianelle. Peccato che le nuvole coprano ora le montagne più alte facendo intravedere solo la parte bassa dei ghiacciai di Bors e d’Indren.

Oltre il passo dei Salati

Ometti salendo il Stolemberg

Margherite e genzianelle

Passiamo pochi metri sotto a Punta Indren e poi puntiamo il rifugio Città di Mantova. Scendiamo nel vallone glaciale dove attraversiamo la nostra prima lingua di ghiaccio, qui colorato di nero e azzurro, saltando un piccolo crepaccio e stando fuori traccia. Poi risaliamo per facili roccette e buon sentiero fino alla fine della nostra seconda tappa. Siamo a quota 3498 metri sul livello del mare. Una foto di gruppo prima di entrare e mettere giù gli zaini.

Punta Indren

Punta Indren

Primi passi sul ghiaccio

Ultimo tratto verso il rifugio Città di Mantova

Rifugio Città di Mantova

Rifugio Città di Mantova

Autoscatto a quota 3498 metri slm

In camera ci accorgiamo che a Marco manca un rampone che era stato appeso al mio zaino: lasciamo Fulvio in mutande pronto alla doccia e ci fiondiamo fuori già immaginando sul dov’è. Scendiamo per circa 100 metri di dislivello, dove la lingua del ghiacciaio taglia in due la vallata sottostante, ed eccolo lì nel mezzo di un ghiaione spuntare con i suoi colori vivaci. Che corsa. Meglio così…

Cercando il rampone, la lingua del ghiacciaio d’Indren attraversato in precedenza

Tornati al Città di Mantova resto fuori da solo per scattare qualche foto, mentre un camoscio mangia i sali delle rocce senza badarmi. Che spettacolo il ghiacciaio del Lys che cade tumultuoso nel plateau. Che spettacolo il ghiacciaio d’Indren solcato da una traccia percorsa dagli alpinisti che salgono a Capanna Gnifetti. Che spettacolo trovarmi qui sopra.

Stambecco

Ghiacciaio del Lys orientale

La traccia sul ghiacciaio che porta a Capanna Gnifetti

Torno dentro e mi rilasso sotto la doccia prima della cena. Questa sera niente vino e niente birra, solo discorsi sulla montagna per stemperare quel po’ di tensione. Io in particolar modo, anche se allenato e conscio d’aver fatto un ottimo lavora nei mesi precedenti, mi sento l’anello debole del trio. Un po’ di angoscia mi preme sullo stomaco, ma cerco di scacciarla. Fuori intanto comincia a piovere e poi a nevicare. Il vento fa sbattere sulle finestre quello che scaricano le nuvole come se la gravità si fosse capovolta di 90 gradi. In un battibaleno fuori è tutto bianco.

Pronti per la nanna

Andiamo a dormire con la speranza che domani il meteo sia migliore, se no si dovrà attendere un giorno in più per la parte finale della nostra avventura. Il vento ulula e fino a mezzanotte Morfeo non si presenta al mio cospetto…

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3 risposte a “Punta Gnifetti: il mio primo 4000 (2 di 3)

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