Via Man-Ilia, la “nostra” prima

La macchina fila via nel buio di una mattina che stenta ad arrivare. I fari illuminano le strisce tratteggiate dell’autostrada che va via via riempiendosi. Da una guida spensierata si passa con il passare dei minuti alla massima prudenza, all’avere gli occhi in ogni dove, a pensare più velocemente e allo stesso tempo quasi estraniarsi dalla radio che gracchia canzoni pop assieme ad uno speaker che cerca attenzione da parte del me ascoltatore per lui distratto. Sembra quasi l’essere passati dall’avvicinamento alla parete al passaggio chiave della via. Forse potremmo trovare mille e più similitudini fra le cose di tutti i giorni e l’arrampicata. Nel mio pensare a queste cose quasi sorrido… ma con gli occhi puntati sulla macchina più avanti che frena!
Direzione Arco. Sono con Alice. Alice e nessun altro. Abbiamo fatto tre vie quest’anno assieme: la dolomitica Vipera, lo Spigolo Barbiero sulla strana trachite e il classico Campanile del Rifugio. In tutte e tre le salite c’erano o Michele o Marco. Questa volta siamo soli.
Caparezza mi fa distrarre, anzi, mi fa stare bene qualche minuto, circa tre, prima d’arrivare al parcheggio delle Placche Zebrate. Poi tutto torna torbido nella mia testa. I pensieri si accumulano. Provo a non badarci più di tanto, guardando il cielo e grugnendo qualcosa al tempo che è uggioso, quando speravo in una giornata strepitosa, per poi spostare lo sguardo per intravedere la via di salita e descriverla alla mia piccola compagna. Prendiamo il materiale e partiamo.

Capriolo

Saliamo in un silenzio surreale e questo ci regala la vista di un bel capriolo. Stupendo. La piccola climber s’accende per lo stupore e da lì fino all’attacco sarà tutto un parlare e raccontare. Ritrovo il sorriso e le paure dei possibili pericoli si allontanano. Saliamo vicino alla parete e finalmente troviamo la scritta che da inizio alla verticalità.

Attacco della via

Dopo esserci legati siamo pronti. Tornano i fantasmi, quelli dei dubbi, quelli che ti possono bloccare. Qui non c’è la sicurezza di un Gri-Gri che blocca, ne eventuali voli di un metro o poco più. Ricordo la salita e ricordo anche che è ben protetta per essere una via di montagna… se si considera però che le protezioni arrivano anche a 7 metri l’una dall’altra. Appena mi stacco da terra tutto sparisce. Salgo tranquillo, sfiorando il calcare quasi a non volergli far male. Alla sosta chiamo la piccola. Parte. Non la vedo inizialmente poi eccola sbucare dalle placche, concentrata come non mai. Poche parole, mi faccio dare i rinvii recuperati e riparto senza attesa.

Ci si prepara… subito il casco!

Primo tiro

Mentre salgo continuo a dare consigli ad Alice, prima a voce bassa nei primi metri, come per non farmi sentire da chi sa chi, poi alzando obbligatoriamente la voce. Alla base della parete un corso roccia comincia a prendere posizione per vedere il da farsi. Alcuni tirano su il naso e io saluto agitando un braccio: un paio mi rispondono con lo stesso gesto. Alice mi raggiunge alla seconda sosta. Ripetiamo lo scambio di materiali e mi muovo.

Seconda lunghezza. Alla base della parete giunge un corso roccia.

La mente ormai è completamente sgombra. Mi sembra d’arrampicare con una persona che non è Alice, ma con un compagno di cordata datato. I comandi urlati sono precisi, la corda scorre sempre e non c’è mai esitazione. Io non mi devo affannare a recuperare mentre dalla terza sosta in poi la piccola comincia pure a dirmi che la via le piace, la solidità delle placche la diverte e la lunghezza dei tiri non la annoia. Ah però, già cominciano ad affiorare i gusti sulle vie.

Concentrazione sul terzo tiro

Le belle placche del quarto tiro

Quinto tiro, seguendo le belle placche

Il piacere della salita termina in poco meno di tre ore. Siamo sulle ghiaie sopra alle Placche Zebrate, seduti a bere un succo di frutta. Un messaggio a casa per dire che va tutto bene (prima che la mamma vada in preoccupazione isterica) e cominciamo la discesa lungo il sentiero evitando di muovere sassi.

Non tutto è banale

Quasi in sosta, piccolo passo aggettante

Fuori dalle difficoltà

Sorrisi a fine via

Tornati alla base della lunga parete i corsisti sono impegnati sulle varie vie e il richiamo all’attenzione con l’urlo “sassooo” è quasi un susseguirsi continuo. Piovono proiettili che si schiantano a terra, ma siamo fuori bersaglio. Mi giro verso Alice e la trovo quasi incantata: non aveva capito che qui si sale un po’ ovunque. Le indico qualche linea che potremmo fare in futuro visto che il posto l’è piaciuto. Il sorriso che già aveva s’allarga ancor di più. Che gioia vederla così! Ma è tardi e dobbiamo rientrare, però non possiamo mancare d’andare a mangiare un panino in piazza ad Arco ammirando qualche vetrina e scherzando sui colori improbabili delle corde… poi il ritorno in macchina, per un istante di nuovo con Caparezza. Chi se ne frega, questa volta sto già da Dio, abbiamo fatto la “nostra” prima via! E ora il sorriso s’allarga sul mio volto.

Parete del monte Brento

RELAZIONE via “Man-ilia” (o via Maniglia/Man-Lia)

Ripetitori: Andrea Favret e Alice Pegoraro

Data: 21 ottobre 2017

Zona: Dro (TN), monte Brento

Parete: Sud-Est

Sviluppo: 250 metri

Dislivello: 225 metri

Per arrivare all’attacco bisogna parcheggiare lungo la statale 45Bis che collega Arco a Trento. In direzione Nord si trova un parcheggio poco dopo il bar Placche Zebrate sul lato opposto della strada. Da qui, per sentiero, si raggiunge la parete e si risale per ghiaie e sfasciumi a sinistra fino alla scritta che indica l’inizio della via.

Primo tiro. Salire la roccia lavorata in un canale appena accennato fino a trovare la comoda sosta (III con passi di III+). 40 metri

Secondo tiro. Obliquare a destra, seguendo tratti di roccia e di terra per i primi 10 metri (II). Salire sulla placca e continuare con un traverso sempre verso destra (III con un passo di III+) e infine un breve canale deposita sulla cengia (III) da seguire fino alla sosta (elementare). 35 metri

Terzo tiro.  Portarsi fin sotto all’evidente tetto scuro (III) e superarlo (IV) per procedere pochi metri in verticale (III+) e poi verso destra più facilmente (II). 45 metri

Quarto tiro. Ancora verso destra per facili roccette fino agli alberi (I) per poi salire nella spaccatura che si chiude a cono (II+). Superare lo strapiombetto con andamento verso destra (IV-) e mantenere per pochi metri la direzione. Risalire poi in verticale la bella placca che qui ha delle brevi pance appena accennate (IV con passi di IV+). 50 metri

Quinto tiro. Obliquare verso sinistra dove la roccia è più lavorata (III) per poi riportarsi a destra puntando alla placca a destra del colatoio soprastante (II+). Salire la placchetta che offre bei buchi (IV) per poi seguire l’andamento delle placche senza entrare nel colatoio se non nella sua parte finale (III con passi di IV). 50 metri

Sesto tiro. Salire il bel diedro soprastante (III con un passo di III+) e quando si trasforma in canale andare oltre la sosta fino a fermarsi sull’albero in alto (I). 30 metri

Per la discesa prendere la traccia che scende verso sinistra e poi per sentiero si perviene alla base della parete. Da lì rifare il percorso d’avvicinamento al contrario fino all’auto.

Note. Per salire bastano una decina di rinvii, il materiale per attrezzare le soste, un paio di cordini per integrare su alberi o clessidre e una corda da 50 metri. Attenzione all’unto da metà del quinto tiro fino all’uscita, ovvero quando la via incrocia la vicina “Cane Trippa”. La via è ben protetta ma in alcuni punti si arriva anche a 7 metri fra un fittone e l’altro (esempio: in L4 bastano 7 rinvii), quindi tenere in considerazione che non si è in falesia.

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