Se vuoi chiamale Emozioni

Si sa, l’arrampicata per i più è soddisfazione fine a se stessa. Ormai l’esplorazione è quasi sparita e l’avventura ha trasformato il suo aspetto, modellandosi come uno vestito su ognuno di noi e avendo quindi una miriade di sfaccettature. In pratica mi verrebbe da dire che andare a fare una via, magari semplice per le proprie capacità, magari ripetuta da poco, magari ben protetta, magari su roccia eccelsa, magari magari e magari, diventa un qualcosa che porta facilmente a un appagamento.
Poi però entrano in gioco delle variabili e, in questo caso benché tutte le premesse sopra riportate ricondurrebbero a qualche ora di facile e poco ricercato divertimento, la mia variabile è la compagna di cordata: Alice, la piccola di famiglia. Una delle due creature che ormai sono come delle figlie per me.
Non è facile combattere contro i pensieri che si annidano negli angoli della testa e che durante l’avvicinamento alla parete se ne escono installando quei dubbi che fino a pochi momenti prima non avevi. Quelle cose che metti in preventivo e ci dai minor peso se sei con qualcun altro ma non con lei. Quelle cose, quei rischi che hai valutato e che ritieni assolutamente minimi. Anche il semplice sasso che cade pure se sai che la parete è solidissima. Il temporale che avanza quando il cielo è azzurro e l’anticiclone delle Azzorre imperversa e di certo hai controllato quattro volte tutte le app che parlano di meteo. Una banale scivolata quando qualche giorno prima sulla stessa via avevi quasi passeggiato. E così a seguire. E quando il tuo cervello ha finito di visualizzare le varie problematiche riprende da capo. Un loop continuo, vorticoso, una spirale senza fine. O quasi, per fortuna.
Perché mentre la parete si fa via via più vicina ogni volta che guardo Alice ricaccio quei pensieri nel loro angolo, perché lei è sorridente, serena. Scruta con il naso all’insù con curiosità la parete grigia e nera con le sue rugosità.
Parliamo. Parliamo ad alta voce. Probabilmente quasi per confortarmi. E nonostante il nostro vociare di arrampicate e di vie, il vento a favore ci fa prima vedere un’assonnata marmotta e poi un bellissimo gruppo di camosci. E negli occhi della mia compagna di cordata un’emozione fa capolino. Come non posso essere felice anch’io!?

Dopo che ci siamo legati inizio ad arrampicare. Sicuro. Anzi, più precisamente direi svuotato da quei dubbi che forse ho lasciato a terra, all’attacco. Mi diverto.
Alice segue da ottima seconda. Arrampica proprio bene, senza problemi, veloce, soprattutto su queste difficoltà dove sembra quasi danzare. Quando arriva alla prima sosta so già che il più è fatto.

Infatti il resto della salita fila via liscio, senza alcun intoppo, arrampicando sereni. E veloci. Quando usciamo poco distanti dalla cima della Croda Negra guardo l’orologio e resto stupito per il tempo di salita che risulta essere poco sopra le due ore. Non l’avrei mai detto.
Scatto un selfie e poi piano piano iniziamo a mettere via tutto il materiale, senza fretta, godendoci il panorama verso le Tofane. Alice mi riempie di domande alle quali cerco di dare risposta. Ridere beata e soddisfatta visto la salita fatta e viste le mie solite battute stupide. Adoro vederla così.

Rientriamo lungo quelli che erano i camminamenti della prima guerra mondiale, in direzione Sud. Poi passando sotto all’Averau stuzzico Alice facendole notare i vari colori della dolomia e la verticalità della parete. Ma il nostro obbiettivo è il rifugio posto alla forcella lì vicino. La fame ora è tanta e dobbiamo placarla. Ravioli ricotta e pere per iniziare, patate speck e uova e gulash con polenta a seguire, un dolce per finire.
Sazi e contenti non ci resta che tornare alla macchina.
E questa volta l’arrampicata non mi ha regalato solo soddisfazione fine a se stessa.

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